VENEZIA 67 – “La pecora nera”, di Ascanio Celestini (Concorso)
La pecora nera di Ascanio Celestini, nella sezione del Concorso, conferma le grandi doti affabulatorie e verbali del suo autore. L’eccesso nell’uso della voce fuori campo che tende a ridurre il valore dell’immagine, è compensato da una riflessione indiretta e per questo più efficace, sul mondo della malattia mentale e sui luoghi in cui si consuma.
Conosciamo il talento e il virtuosismo verbale di Ascanio Celestini, sappiamo riconoscere la sua originalità narrativa che irretisce l’ascoltatore nella reiterazione, quasi da filastrocca, del suo affabulare. La pecora nera avrebbe potuto testare la capacità di trasferire al cinema, nel racconto che procede per immagini, nel racconto che è scandito da un periodare che non è quello della parola, queste caratteristiche della poetica di Celestini. Indubbiamente Celestini ha le carte in regola per imbastire il racconto, ha le idee per rendere efficaci anche al cinema le sue pirotecniche digressioni narrative, ma il suo film ci pare che talvolta ecceda la misura. L’eccesso non attiene né alla parte del racconto, né al girato, l’eccesso riguarda l’utilizzo della parola e la sua funzione puramente narrativa in un contesto non teatrale come è quello scelto dall’autore.
L’impiego della voce fuori campo rappresenta sempre un percorso accidentato, la cautela e la parsimonia sono d’obbligo. Ascanio Celestini, giocoliere della parola, abusa ed eccede a volte, delegando alla voce off quasi ogni sfumatura del racconto, saltando quindi quel lavoro di rifinitura necessario per trasporre nella densità dell’immagine le emozioni e i caratteri del personaggio.
Il pericolo, sempre in agguato, per chi trasferisce dal teatro al cinema la propria esperienza artistica, è quello di una verbosità che costringe il cinema ad un ruolo non proprio. La pecora nera a tratti e soprattutto nella sua parte iniziale soffre di questa costrizione. Le sequenza pare non possano fare a meno del didascalico racconto verbale con detrimento della forza espressiva. Uno sforzo maggiore per tentare di trasferire quella capacità affabulatoria da palcoscenico sullo schermo del cinema avrebbe giovato al film e avrebbe sicuramente aperto una prospettiva differente alla storia di Nicola.
Nel resto Celestini si dimostra all’altezza delle attese, la storia del giovane Nicola, matto per forza, è una di quelle fiabe amare e senza speranza che non si vedono spesso nel cinema italiano che si preoccupa spesso di essere consolatorio, non soltanto con i suoi personaggi, ma soprattutto con il suo pubblico. In questo Celestini dimostra il coraggio necessario per imbastire una vicenda di abbandono in cui la riflessione sul mondo della malattia mentale è di rimando. Forse è questo il pregio maggiore del film, quello di evitare di un racconto diretto e di dirottare lo sguardo su un punto vista interno. È il ragazzo protagonista, oggi ormai cresciuto dentro la struttura manicomiale, con i suoi comportamenti e la sua vita quotidiana a segnare la distanza tra l’istituzione e la società che sta fuori. In questo il film coglie nel segno nell’efficacia che raggiunge nel raccontare, senza clamori e strepiti, il dolore e l’abbandono che si vivono dentro quella istituzione. La pecora nera, sotto questo profilo, sfuggendo a qualsiasi ipotetica classificazione, diventa un oggetto dotato di una propria originale natura che, proprio per questo, sarà interessante seguire durante i giorni della sua uscita nella sale prevista per il 15 ottobre prossimo.
Una grande contributo al film è quello di Giorgio Tirabassi, qui finalmente non nelle vesti di un poliziotto, ma dell’amico immaginario dello schizofrenico protagonista Nicola, e di Maya Sansa che conferisce al proprio personaggio quella stanchezza popolare della nostra, ormai quasi inesistente, popolazione operaia della metropoli.
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