VENEZIA 67 – “L’amore buio”, di Antonio Capuano (Giornate degli autori)


Il cinema di Antonio Capuano si è sempre inscritto in quel solco pasoliniano che ha inciso pesantemente sul cinema italiano post-neorealista. Ecco che il titolo del suo ultimo film non potrebbe essere più esemplificativo a tal proposito: L’amore buio, un ossimoro celato, il sentimento più luminoso da cercare nell’oscurità. Nell’ombra di una prigione o nell’ombra di un passato che imprigiona. Con Corso Salani nella sua ultima interpretazione

amore buioPer essere poeti, bisogna avere molto tempo. Questo diceva ormai troppi anni fa Pier Paolo Pasolini, e questo era il senso intimo della gran parte delle sue prime opere: concedere il giusto tempo per irradiarsi al candore spontaneo dei suoi ragazzi di vita. Prima che ogni potente sovrastruttura sociale li rispedisse “a calci” nel buio. Da questo punto di vista il cinema di Antonio Capuano si è sempre inscritto in quel solco pasoliniano che ha inciso pesantemente sul cinema italiano post-neorealista. Un cinema che ha fatto della scrupolosa ricerca della poesia nel disagio la sua matrice prima e la sua meta più ambita. Un cinema che esige un contatto intimo, quasi violento, con gli attori e con i “corpi” che riprende (pensiamo agli shock visivi e vividi di Ciprì e Maresco). Ecco che il titolo del suo ultimo film non potrebbe essere più esemplificativo a tal proposito: L’amore buio, un ossimoro celato, il sentimento più luminoso da cercare nell’oscurità. Nell’ombra di una prigione o nell’ombra di un passato che imprigiona.

Ciro e Irene sono due ragazzi, quasi coetanei, vivono nella stessa città ma in un “mondo” differente. Lui è il ragazzo di vita che non può non inciampare negli istinti primari della strada, lei è quella che una volta si sarebbe chiamata una “borghese” insoddisfatta. Un evento passato li ha uniti e ne ha violentemente deviato i rispettivi percorsi di vita: uno stupro di gruppo che ha segnato nel profondo lei e tolto tutto il tempo a lui, ormai confinato in un carcere. Il film di Capuano intelligentemente segue il divenire, le giornate, i minuti di queste due giovani vite. Lo fa con pudore ma non risparmiandoci niente dell’asprezza di questi due faticosi percorsi. Lo fa organizzando una messa in scena che alterna ellissi amplissime a dilatazioni temporali a dir poco inusuali nel cinema italiano contemporaneo. Capuano insomma riesce a concedere il tempo ai suoi personaggi di diventare poeti. Un discorso sulla memoria privata e pubblica (interviene nel film in prima persona don Luigi Merola, simbolo odierno della resistenza alla camorra) che si risolve per i due protagonisti semplicemente nell’accettazione della comunicazione con l’altro, ad ogni costo, come unico parziale superamento del passato. Il cambiamento che timidamente i due protagonisti compiono sotto i nostri occhi è il vero fuoco di un film che sfilaccia ogni rigidità narrativa per cercare altro. Per tentare di tornare ad avere un tempo utile.
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