VENEZIA 67 - "Somewhere", di Sofia Coppola
Come in Lost in Translation il tempo perde i propri limiti. Un attore, una figlia e un viaggio tra le location di Los Angeles che potrebbero essere anche frammenti di un diario intimo ma anche i segni di un viaggio allucinato che non ha inizio e non ha fine. Grandissima vicenda di fuga negata dunque, come nel cinema statunitense degli anni Settanta, permeata dai colori di Harris Savides, dove il sogno momentaneo è quello dell'unica realtà concreta, quello del rapporto con la figlia
Ritorna sulle tracce di Lost in Translation il cinema di Sofia Coppola. Dopo il grandioso Marie Antoinette la cineasta, giunta al suo quarto lungometraggio, si avvicina verso una rappresentazione più circoscritta, più intima. Come nel film del 2003 il tempo perde i propri limiti dopo l'incontro di un attore (lì Bill Murray qui Stephen Dorff) con un altro personaggio, una ragazza che accompagna il marito in Lost in Translation, con la figlia di 11 anni in Somewhere. Non c'è partenza, non c'è arrivo. Tokyo diventa un enorme labirinto come Los Angeles. Molte location sono sempre gli alberghi ma è anche la strada, le corse in Ferrari, gli spostamenti improvvisi che fanno volontariamente perdere ogni punto di riferimento. Somewhere è un film pensato nel dettaglio, curatissimo e sfuggevole, con i colori della fotografia del grande Harris Savides che portano improvvisi frammenti della malinconia del cinema statunitense degli anni Settanta, quello in cui è esploso il padre Francis. E' impossibile non vedere nel rapporto tra padre e figlia uno squarcio autobiografico, brandelli di un diario intimo. C'è un momento in cui la ragazzina scoppia a piangere, è in macchina mentre l'attore la sta accompagnando in campeggio. Non è tanto la separazione, ma è la continua mancanza di punti di riferimento (al quale il padre era abituato) a gettarla nel momentaneo sconforto. Forse è proprio questa a dare la sensazione di vedere il film sempre sotto un effetto allucinato, di viaggi che sembrano più mentali che fisici, dove anche la cerimonia della premiazione dei Telegatti è un'immagine quasi di un'incubo, falsamente realistica o reale nella sua falsità, che sembra uscire da Il Caimano di Moretti, o quelle donne/apparizioni nude reincarnazione di quelle di Russ Meyer. Il protagonista non ha visioni ma vive la realtà come se le stesse creando. Un attore appunto, a cui è stata creata una storia lì davanti. Come i numeri delle lap-dancers, come il folle 'viaggio in Italia', come le ballerine sul palco. Eppure, come nel grande cinema statunitense degli anni '70, quella di Somewhere è una grandiosa e trascinante storia di una fuga negata, con i tentativi provvisori tra padre e figlia (molto bravi Stephen Dorff ed Elle Fanning), quasi versione rovesciata di quella scorsesiana di Alice non abita più qui. Restano lì fermi. In attesa di altri attimi da poter (ri)vivere.
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