VENEZIA 67 – “Il mattino dopo la festa”. Incontro con Sofia Coppola

Per la seconda volta a Venezia, Sofia Coppola presenta in concorso Somewhere, bellissima storia di un attore di successo che cambia il suo modo di guardare alla vita a contatto con la figlia undicenne. Il film sarà distribuito dapprima in Italia a partire dal 3 settembre e uscirà in 250 copie. Il resoconto della conferenza stampa

sofia coppolaPer la seconda volta a Venezia, Sofia Coppola presenta in concorso Somewhere, bellissima storia di un attore di successo che cambia il suo modo di guardare alla vita a contatto con la figlia undicenne. Il film sarà distribuito dapprima in Italia a partire dal 3 settembre e uscirà in 250 copie. In conferenza stampa, la Coppola, applauditissima, si è presentata in compagnia del fratello Roman Coppola, produttore del film, del direttore della fotografia, Harris Savides, e dei due intensi protagonisti, Stephen Dorff e la giovanissima Elle Fanning.

 
 
 
 
Mr Dorff, chi è Johnny Marco?
S.D. - Credo che Sofia lo sappia meglio di me. Per quel che posso dire, è un attore che vive la sua vita veloce. Ma che cambia completamente quando passa un poi’ più di tempo con sua figlia undicenne. Questa storia, per me, racconta un passaggio all’età adulta. E’ il racconto di una transizione.
 
Quali sono le sue somiglianze con il personaggio?
Le somiglianze sono molte, è ovvio. Ma sono tante anche le differenze. Per come ce lo siamo immaginato, per quanto abbiamo detto con Sofia a proposito del suo passato, Johnny è un attore che ha raggiunto il successo da poco. E quindi ancora non è abituato a vivere. Ciò in cui mi sono riconosciuto è questa sorta di isolamento che un attore vive tra un film e l’altro. Ho girato questo film con Sofia, con Ellen. Ed è stato bellissimo. Poi, dopo, non sapevo che fare, nessuno mi diceva più cosa fare. E’ sempre così
 
Possiamo dire che questo è il ruolo che aspettava da una vita?
Certo. E’ il personaggio perfetto nel momento perfetto.
 
Il suo è uno dei primi nomi che si citano ad esempio quando si parla di donne di cinema. Sente la responsabilità di essere una regista donna?
S.C. - Mi concentro semplicemente sui film che giro. Anche se sono felice che sempre più donne facciano bei film. E’ fantastico.
 
Qual è la sua visione della TV italiana, che racconta con tanta ironia nel film?
Per me in Italia o negli USA è la stessa cosa. Volevo raccontare il contrasto tra il mondo dello show business e il personaggio della figlia. L’apparenza del mondo dello spettacolo e, dall’altra parte, un’altra vita. Il mio personaggio si ritrova improvvisamente dalla finzione alla realtà. E’ un personaggio che rappresenta qualcosa di vero, ha dei sentimenti profondi, ma al tempo stesso è superficiale, autodistruttivo.
 
Come in Lost in Translation, anche in questo film i personaggi vivono per lo più in albergo. Cosa sono gli alberghi per lei?
Quando ero piccola e viaggiavo con mio padre, passavo molto tempo in albergo. Ci ero abituata. Ero abituata a questo tipo di vita e a questi ambienti. E mi affascinavano le cose che vedevo, la gente che incontravo. Credo che l’albergo sia un ambiente ideale per raccontare i momenti di transizione. E questo mi premeva. Raccontare cosa succede quando uno va a una festa e si sveglia il mattino dopo.
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