VENEZIA 67 – “Malavoglia”, di Pasquale Scimeca (Orizzonti)


I veri protagonisti del film di Scimeca sono il mare e la musica. Elementi fluttuanti, liquidi, non confinabili. L’uno immodificabile nella sua spietata bellezza, l’altra continuamente modificata dalla volontà umana. E forse è questo uno dei motivi del proporre un’attualizzazione così spinta del classico della letteratura verghiana: vedere quanto di nuovo si può immettere per far risaltare ciò che non cambierà mai  

I veri protagonisti del film di Scimeca sono il mare e la musica. Elementi fluttuanti, liquidi, non confinabili. L’uno immodificabile nella sua spietata bellezza, l’altra continuamente modificata dalla volontà umana. E forse è questo uno dei motivi del proporre un’attualizzazione così spinta del classico della letteratura verghiana: vedere quanto di nuovo si può immettere per far risaltare ciò che non cambierà mai. I Malavoglia del duemila rimangono una famiglia rocciosa che combatte barcamenandosi contro il mare del destino avverso, ma è il contesto che è cambiato. Se nel romanzo di Verga (e anche in La terra trema di Visconti) erano i solidissimi/fragilissimi rapporti familiari ad essere messi in primo piano sprigionando la loro imponente carica umanista, qui invece sembra che anche quelli possano essere messi in secondo piano rimanendo solo schegge confuse nel nostro presente. E allora l’unica via d’uscita a tutte le avversità dei Malavoglia non risiede più nel dato immodificabile dell’esistenza, ossia in quel mare che continua ad inghiottire la loro barca Provvidenza, bensì nella “modificabile” musica che ‘Ntoni continua a comporre per tutto l’arco del film. Una canzone techno a cui deve aggiungere solo le parole e che si arricchisce piano piano durante le note sventure dei Malavoglia. Si compone dei proverbi del vecchio Padron ‘Ntoni, dispensati prima di iniziare ogni battuta di pesca. Tutta la potente infrastruttura delle tradizioni popolari sembra rimasta solo un fragile scheletro di parole adatte ad un rap, uno scheletro che non spaventa più nessuno.

Insomma, accostarsi ad un film come questo di Scimeca implica per forza di cose il porsi la domanda sull’opportunità di una simile operazione. Ma il fatto stesso che si riesca a scongiurare in partenza il pericolo di una sterilità di approccio è sicuramente un gran merito. Che poi il film soffra di una fragile costruzione narrativa o della mancanza evidente di scene visivamente memorabili che lo puntellino, tutto ciò diventa quasi relativo. Il film vale perché ha il coraggio di proporre oggi un punto di vista forte. Condivisibile o meno, attaccabile o meno, ma comunque forte. E già questo, nel panorama odierno, basta per difenderlo.
 
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