VENEZIA 67 – “Gorbaciof”, di Stefano Incerti (Fuori Concorso)
Gorbaciof è la storia di uno scontroso contabile del carcere, un giocatore d’azzardo che appartiene ad una Napoli oscura e sotterranea, la stessa città che diventa simbiotica con tanto cinema partenopeo. Il film di Stefano Incerti, nel Fuori concorso, vive di Napoli e di Toni Servillo che concede tutto se stesso, esautorando i toni recitativi e massimalizzando la mimica del corpo che colma e illumina la quotidianità routinaria del suo personaggio
È l’evidente voglia rossa sulla fronte a segnare Pacileo con il nomignolo di Gorbaciof: Lui è un giocatore d’azzardo, un animale solitario che divide la vita tra il poker e il lavoro di contabile dentro il carcere.
Stefano Incerti con Gorbaciof firma la sua settima regia cinematografica e il film trova spazio nel Fuori concorso del Lido.
La sceneggiatura, dello stesso Incerti e di Diego De Silva, ha letteralmente cucito addosso a Toni Servillo questo film, tanto da non poterlo immaginare senza di lui. L’attore napoletano domina la scena e la assorbe completamente tanto da rischiarne una cannibalizzazione quanto mai e assolutamente involontaria. Lo scontroso contabile del carcere è un personaggio che appartiene aduna Napoli oscura e sotterranea, così come sotterranea è la sua vita consumata tra casa, carcere e il retro di un ristorante cinese dove tra una partita di poker e l’altra che lo porterà alla rovina, Pacileo troverà l’amore della giovane figlia dell’indebitato proprietario.
Anche Gorbaciof, come tanto altro cinema napoletano di questi anni (Capuano, Martone …) sembra vivere in simbiosi con la città. Non si tratta di conferire alla città quella dignità narrativa che ne costituisca elemento di rilievo, ma, con un compito più arduo, lavorare affinché, all’interno del testo filmico, ne venga acquisito l’afflato che diventi componente essenziale e strutturalmente inserito nell’elaborazione della scrittura e della visione. È una evidente imprescindibile necessità di raccontare i volti e le storie dei propri personaggi, ma anche il senso e il respiro della città dentro la quale scorre la propria vita.
Napoli e Toni Servillo sono quindi al centro di questo film che senza pretendere di fare analisi sociologiche, riesce a portarci in quella zona grigia della metropoli, luogo di incubazione del crimine e terreno di coltura per le anime dannate come quella di Pacileo – Gorbaciof. Servillo concede tutto se stesso, senza risparmiarsi, esautora i toni recitativi e massimalizza la mimica del corpo che sostituisce le parole in un film “avaro” di dialoghi e a volte necessariamente silenzioso. I gesti di Servillo colmano e illuminano la quotidianità routinaria del suo personaggio, lo sguardo prima di aprire la cassaforte del carcere, il quotidiano conteggio del denaro, se da un lato rimuovono qualsiasi possibilità di mutamento nella vita di Pacileo, dall’altra sostituiscono ogni ulteriore indagine psicologica che possa essere affidata alla parola.
Un lavoro sul personaggio di notevole spessore che non può andare oltre senza rischiare di eccedere, senza rischiare di trasformare la maschera tragica di una Napoli dolente in una reiterazione e riproposizione di luoghi, parole e volti comuni, in cui la dimensione tragica potrebbe scomparire perduta in uno sterile “napoletanismo” senza spessore. Gorbaciof può quindi costituire un punto di arrivo e, più felicemente, il punto dal quale ripartire per una nuova ricerca che tesaurizzi il passato nella prospettiva futura.
Incerti conferma la sua mano felice, che era stata apprezzata in Il verificatore e nei suoi film successivi, e firmando un’opera che si tiene lontana da ogni facile sociologismo e scontato realismo, dal suo punto di osservazione ci suggerisce una Napoli in cui le storie di malavita possono finire come nel tarantiniano Pulp fiction e quelle d’amore diventare eterne come nel depalmiano Carlito’s Way.
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