VENEZIA 67 – “Guest”, di José Luis Guerín (Orizzonti)

In tutte le accezioni possibili, questo film è un viaggio, un diario che diviene esistenza partecipata e partecipante di un autore che non ha bisogno di rubare, di nascosto, ritratti o stralci di vita, perchè possiede la straordinaria capacità di creare relazioni

Un regista, una telecamera tascabile e tutto quello che incontra. Guerín inventa un contenitore dal contenuto ancora ignoto, lo manipola e lo esplora, fino a scoprire, lui stesso, quello che c'è dentro. L'idea è semplice: accettare qualsiasi invito da qualunque festival in qualsiasi parte del mondo, per un anno intero - dal settembre del 2007 a quello dell'anno successivo -, ed espletare a buon diritto il ruolo di ospite visitando in lungo ed in largo tutte le città in cui capita. Pretesto iniziale è la ricerca del prossimo protagonista del suo film, ma la ricerca finisce col relegarsi spontaneamente in secondo piano, soppiantata dalla nascita dirompente di un altro film: quello degli incontri casuali che tale ricerca comporta.

In tutte le accezioni possibili, questo film è un viaggio, un diario che diviene esistenza partecipata e partecipante di un autore che non ha bisogno di rubare, di nascosto, ritratti o stralci di vita, perchè possiede la straordinaria capacità di creare relazioni. Ecco allora che un vecchio fotografo a Macao, una ragazza cubana annoiata o una banda di predicatori brasiliani esaltati non vengono caricati di alcuna ambizione a farsi metafore di una nazione, ma rimarcano con orgoglio la propria natura di frammenti unici, vitali, entusiasmanti, perchè osservati con curiosità pura, un approccio rarissimo e prezioso, privo di qualsivoglia atteggiamento paternalistico, compassionevole o primitivista. Divertito quando c'è da ridere e rispettoso quando la circostanza lo richiede. Presente quando chiamato in causa e silenzioso quando c'è da osservare.
Guest mina alla base ogni pretesa di realismo, ogni richiesta di oggettività nei confronti del documentario, poiché ciò che si documenta è la realtà di un avvenuto incontro.
Una incarne donna nera, un personaggio del film, insiste nel farsi spiegare la differenza tra “film”(fiction) e documentario, e l'autore le risponde attraverso il film stesso, con le parole che la regista Chantal Akerman gridò dal palco di Venezia: “basta con questa differenziazione tra documentario e fiction! In ogni buona fiction c'è un po' di documentario, e viceversa.”. Ma soprattutto, aggiungiamo, in ogni buon film (documentario o fiction) c'è l'onestà dell'incontro tra l'autore e l'argomento trattato, e se Guerín è stato capace di realizzarne l'essenza profonda è perchè è riuscito a dar prova di comprendere a fondo l'essenza stessa del Cinema: ciò che non si può incontrare all'interno della stessa inquadratura, dello stesso colpo d'occhio, ha la possibilità di incontrarsi attraverso il montaggio cinematografico, ed attraverso il montaggio delle esperienze vissute, nella memoria.
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