VENEZIA 67 – “Robinson in Ruins”, di Patrick Keiller (Orizzonti)

Con Robinson in Ruins  Patrick Keiller prosegue la sua radicalissima sperimentazione sulla commistione tra cinema e conoscenza. È il terzo capitolo di un trittico dedicato al misterioso professor Robinson: un esploratore della nostra civiltà che non viene mai inquadrato, mai visto, è puro sguardo celato dietro ad una perenne soggettiva

 

robinson in ruinsÈ ormai notorio che la più libera sperimentazione sui linguaggi cinematografici ultimamente derivi dal pianeta del documentario. Una libertà espressiva totale che a volte può obbiettivamente alienare il pubblico, la “base” pulsante del cinema, ma che comunque risulta fondamentale per capire lo stato delle cose di un medium. Ora, con Robinson in Ruins  Patrick Keiller prosegue la sua radicalissima sperimentazione sulla commistione tra cinema e conoscenza. Terzo capitolo di un trittico dedicato al misterioso professor Robinson (un esploratore della nostra civiltà che non viene mai inquadrato, mai visto, è puro sguardo celato dietro ad una perenne soggettiva) questo viaggio nelle radici profonde dell’Inghilterra procede per continue associazioni: di idee, di tesi scientifiche o filosofiche, di intuizioni o di semplici previsioni. Il mondo inquadrato da Keiller/Robinson diventa una enorme mappa dove è già tutto segnato, già tutto scritto, anche il nostro futuro. La voce oltremodo istituzione di Vanessa Redgrave accompagna lo spettatore nella scoperta delle motivazioni profonde di centinaia di avvenimenti storici associati alla “biologia” di un luogo. Alla sua fauna, alla sua flora, ai suoi prodotti (naturali o umani). Insomma i cromosomi della Storia inscritti nella natura che ci circonda. Il cinema in tutto questo diventa puro occhio: inquadrature statiche e nessuna panoramica, sono solo gli elementi all’interno del quadro che lentamente (molto lentamente!) si muovono e fanno da corollario alle dissertazioni dell’onnipresente voce fuori campo.

Un approccio così estremo non può non far riflettere sulla fruibilità, anche minima, che un film come questo può avere. L’orchestrazione visiva, certamente notevole, viene però talmente dilatata nei tempi ed appesantita di pure “nozioni” che rende a dir poco complicato ogni tentativo di aderenza emozionale. Resta da chiedersi se non sia proprio questo l’intento, se la sperimentazione sul linguaggio non arrivi anche a questo: noi diventiamo, come Robinson, puro sguardo. Uno sguardo freddo e distaccato sul mondo. Uno sguardo senza movimenti.
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