VENEZIA 67 - "Inseguo il fantasma del golpe". Incontro con Pablo Larraín, Alfredo Castro e Antonia Zegers

Il giovane regista cileno Pablo Larraín, unico latinoamericano in concorso a Venezia 67, racconta la sua visione personale di due solitudini nel bellissimo Post Mortem, accompagnato dai protagonisti, Alfredo Castro (già diretto in Tony Manero) e Antonia Zegers (presente a Venezia anche con La vida de los peces)

Pablo Larraín - conferenza stampa di Post MortemSi avverte una certa continuità tra Tony Manero e Post Mortem.


Sono due film diversi, ma entrambi sono frutto di una mia ossessione: quello spazio di memorie, quasi di fantasmi, che in me non si esaurisce, non trova soluzione: io sono nato nel '76 e proprio perchè ho pochi ricordi personali della dittatura, mi sono creato una mia narrazione, ancora non risolta.


Il protagonista sembra gettare un'ombra sulla reazione dei Cileni al golpe, sembra suggerire che non si sono opposti.


Il mio film non è un pamphlet politico, nè vuole offrire una documentazione storica. Parte da un racconto scritto da chi
non era presente, centrato su frammenti di memorie, in un certo senso ambientato in uno spazio astratto. Possiamo dire che
Mario passa a una sorta di impegno incosciente con quella dittatura che viene a instaurarsi, ma resta una persona che vive
la situazione comunque dal di fuori, per la sua condizione personale. La solitudine, il desiderio e l'illusione di Mario sono parallelamente il fallimento della creazione di un uomo nuovo, di un nuovo mondo. Mario finisce per aderire al fascismo e alla morte.

I protagonisti dei suoi film sono psicopatici, in modo machiavellico. Per loro il fine giustifica i mezzi. Dipende da uno
stato patologico o ha a che fare con il regime di Pinochet?


Chiamiamoli alienati, psicopatici, come volete; ma io li amo, li capisco e cerco di stare dalla loro parte. Certo, il contesto ha la sua importanza, e nei miei film io cerco di immaginare il contesto delle persone di cui parlo, invece che giudicarle.


Si preoccupa dell'accoglienza del film in Cile? Il film presenta un antieroe, un uomo senza coraggio...

 

A me non interessa la classificazione morale. Il personaggio di Mario merita un'analisi più approfondita di questa. Non possiamo solo etichettarlo così: "non ha coraggio". C'è un certo tipo di cinema che usa queste etichette, ma io non voglio insegnare niente a nessuno, mostro solo una storia: quella di un uomo ossessionato da un amore.
La storia, in fondo, è qualcosa di intimo: è un modo di vedere il mondo.
[Interviene Antonia Zegers]: La donna che interpreto si vede subito durante un'autopsia: è la "cronaca di una tragedia annunciata". Si tratta di una storia di piccole ambizioni, piccole solitudini. Nella regia di Pablo c'è sempre una porta che resta aperta, non viene mai sottolineata una morale. Si crea un mistero, ed è molto interessante confrontare le letture diverse che se ne danno.


Il film è ambientato in luoghi che turbano, come l'obitorio. Qual'è il limite su cosa mostrare?


Non credo che esista questo limite. Ospedali, obitori sono luoghi pubblici, non li ho rappresentati a fini artistici. Parliamo comunque di un paese del terzo mondo. Anche dal punto di vista della fotografia, certo, abbiamo cercato di stabilire un codice comune, per cui l'aspetto puramente estetico è coerente con quello narrativo. Ma tutto si svolge in un ambiente più realistico di quello che sembra. Non abbiamo manipolato i fatti: Mario è esistito davvero, suo figlio ha continuato il lavoro del padre, quel corpo è stato lì su quel tavolo, noi ci siamo limitati a sistemare le cose in una certa struttura.

[Interviene Alfredo Castro]: Il talento di Pablo è inserire piccole storie nel contesto di quegli eventi. Abbiamo un uomo
attratto da una donna, dal suo corpo. Il corpo di Allende mostrato per la prima volta in questo modo: anche se lo abbiamovisto in tanti documentari, non avevamo mai assunto questa prospettiva. I dettagli, gli indumenti, il luogo in cui abbiamo girato, perfino il tavolo su cui viene praticata l'autopsia, è tutto esattamente come nella realtà. Mario fu condotto a Santiago del Cile per l'autopsia di Salvador Allende... l'unica cosa diversa è la quantità dei cadaveri che venivano portati in obitorio in quei giorni. Quelli che abbiamo mostrato sono un decimo del numero reale. Non sarebbero potuti entrare in una sola scena.


 

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