VENEZIA 67 – “I baci mai dati”, di Roberta Torre (Controcampo Italiano)
Ancor più che nei suoi lavori precedenti, la Torre ci propone un racconto corale tutto al femminile, ed in questo, certo, il lavoro può dirsi riuscito, grazie soprattutto ad un ottima galleria di personaggi/interpreti capaci di caratterizzare perfettamente alcuni prototipi femminili contemporanei, per le quali è necessario addirittura un miracolo (vero) per riscoprire la normalità affettiva
Manuela è una tredicenne di Librino: quartiere periferico e degradato di Catania. Non riesce a guadagnarsi la considerazione di nessuno: né della parrucchiera/fattucchiera presso la quale lavora, né della madre troppo impegnata a stare al passo con i suoi modelli televisivi di riferimento (la bravissima Donatella Finocchiaro si è ispirata a Simona Ventura per il suo personaggio).
Naturale, dunque, che decida di attirare l’attenzione su di se rivelando che riesce a parlare con la Madonna, altrettanto naturale che in un quartiere come il suo i “miracoli” della Madonna siano molto più credibili di quelli dello Stato e, quindi, la sua casa si trasforma in ufficio di collocamento, studio medico e perfino ricevitoria del superenalotto, con somma gioia della madre che naturalmente intravede subito il profitto.
Manuela, a questo punto, vorrebbe smettere e tornare alla vita di prima, magari anche confessando di aver mentito, ma non e più così facile, visto che un miracolo accade davvero.
Ancor più che nei suoi lavori precedenti, la Torre ci propone un racconto corale tutto al femminile: non è un caso che il motore degli eventi sia proprio la Madonna, come neppure è casuale che l’unico uomo della storia (il padre di Manuela) sia cacciato di casa (e dal film) dopo neanche mezz’ora dall’inizio. Ed in questo, certo, il lavoro può dirsi riuscito, grazie soprattutto ad un ottima galleria di personaggi/interpreti capaci di caratterizzare perfettamente alcuni prototipi femminili conteporanei: della Finocchiaro si è già detto, ma anche la maitresse (Piera Degli Esposti) contribuisce non poco a dare quella carica surreale che da sempre è una caratteristica del cinema di questa regista. Proprio la caratterizzazione surreale, forse, in questo più che in altri sembra particolarmente debitrice al lavoro di Corsicato. Ed anche dal punto di vista narrativo, la storia sembra non del tutto risolta, anzi alla fine si ha la netta sensazione che non sia altro che un pretesto per mostrare una carrellata di donne mostruose (così come i pochi uomini presenti), per le quali è necessario addirittura un miracolo (vero) per riscoprire la normalità affettiva.
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