VENEZIA 67 - "Promises Written in Water", di Vincent Gallo (Concorso)
Terza straordinaria opera dell'attore statunitense che è insieme anatomica e ha la passione e la disperazione di un rapporto sessuale. La macchina da presa sta attaccata ai corpi, li segmenta e, attraverso un granuloso bianco e nero, recupera il cinema sperimentale underground statunitense di fine anni '50 e l'impeto di John Cassavetes nella ripetizione dei gesti, nella visione anatomica delle figure, del cinema come seduta terapeutica imprenscindibile. Un cinema che scuote, sconvolge, che non lascia scampo
Faces/Volti. Con la macchina da presa che gli sta addosso, che li segmenta, che si attacca al corpo non solo come un contatto epidermico ma quasi come un rapporto sessuale. Promises Written in Water non è solo la terza, straordinaria, opera da regista dell'attore Vincent Gallo, in continua ascesa da Buffalo '66 all'ottimo The Brown Bunny (se non l'avete visto, recuperatelo), fino a quest'ultimo Promises Written in Water. C'è una figura allo specchio, in cui il vetro dell'obiettivo della macchina da presa diventa la materia riflettente. C'è tutto Gallo in questo film da lui scritto, diretto, prodotto, montato e per il quale è stato anche autore delle musiche. Una bellissima ragazza malata terminale decide di non volersi curare ma aspettare che il dolore sia così forte per potersi suicidare. Vuole poi farsi cremare e, per verificare che le sue volontà siano rispettate, ingaggia un fotografo. Lui, per imparare l'arte della cremazione, trova lavoro in un'agenzia di pompe funebri. Girato in bianco e nero, Gallo fa avvertire le ombre di morte, attraverso piani ai quali toglie spesso il respiro con volti e movimenti che tendono all'immobilità. Registra però gli ultimi respiri con inquadrature che durano anche diversi minuti (quello bellissimo in cui dice che la ragazza era andata prima in Tailandia e poi a Taiwan con un uomo di 55 anni), o quel ballo sul tavolino di un erotismo trascinante. Si sentono le pulsioni, il peso delle parole, i brividi sulle braccia. E la pelle del corpo (la cui vicinanza/contatto recupera flash dell'inizio di Hiroshima mon amour di Resnais) viene filmata come quella già raggelata della pietra sulla statua e le tombe. L'amore prima/dopo la morte. Che non risparmia nulla e penetra nei meandri di un voyerismo oggettivo e malato come il momento in cui allestisce il set fotografico per filmare il cadavere. C'è la sperimentazione del cinema sperimentalista underground di fine anni '50 e l'impeto di John Cassavetes nella ripetizione dei gesti, nella visione anatomica delle figure, del cinema come seduta terapeutica imprenscindibile. Si è scossi, sconvolti, toccati da Promises Written in Water. Un capolavoro non isolato in mezzo ad altri di questa ottima 67° edizione, ma quello forse più personale, forse ancora di più di Somewhere di Sofia Coppola, che non lascia scampo, che inghiotte nelle sue vertigini, dove l'inquadratura è perde la sua orizzontalità e sembra muoversi, affossarsi, come per seguire le superfici di un corpo senza vita.
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So che The Brown Bunny è anche (oltre che un film sopravvalutato da parecchia gente, l'opera megalomane di un regista che è attore-produttore-montatore-fotografo-scenografo del proprio film) un film semi-pornografico. Come disse Emanuela Martini su Cineforum "Gallo non riesce a vedere oltre il proprio....arnese". E si crede pure di essere un gran Divo. Vincent Gallo vorrebbe essere anche affascinante...con quel primo piano che si ritrova poteva riuscire ad essere credibile solo interpretando la parte di un comunista. Infatti è proprio quello che fa nel film di Abel Ferrara The funeral. L'unica cosa buona che è riuscito a fare.
Inviato da Michele Centini il 07/09/2010 -
So che The Brown Bunny è anche (oltre che un film sopravvalutato da parecchia gente, l'opera megalomane di un regista che è attore-produttore-montatore-fotografo-scenografo del proprio film) un film semi-pornografico. Come disse Emanuela Martini su Cineforum "Gallo non riesce a vedere oltre il proprio....arnese". E si crede pure di essere un gran Divo. Vincent Gallo vorrebbe essere anche affascinante...con quel primo piano che si ritrova poteva riuscire ad essere credibile solo interpretando la parte di un comunista. Infatti è proprio quello che fa nel film di Abel Ferrara The funeral. L'unica cosa buona che è riuscito a fare.
Inviato da Michele Centini il 07/09/2010 -
splendido racconto di un film eccezionale!
Inviato da june il 06/09/2010
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