VENEZIA 67 – “Hai paura del buio”, di Massimo Coppola (Settimana della critica)

Massimo Coppola è fin troppo consapevole di inscriversi in territori ultrabattuti dal nostro cinema, ed ha l’intelligenza di utilizzare tutta questa sovrastruttura preesistente come una sorta di acquario dove far nuotare due esistenze “attualissime”

hai paura del buio?La prima immagine del film è un totale all’interno di una fabbrica. Operai, macchinari, tute blu. Quasi un riallacciare istantaneamente il filo di un discorso che il cinema italiano non ha mai chiuso, quello che chiamavano “impegno civile”, quello che “poteva cambiare le cose”. Il cinema che diventa speaker del disagio che attanaglia la pancia di una società. Ma poi si capisce che la fabbrica è situata in Romania, a Bucarest, nella periferia dell’Europa e del cinema. E quindi immigrazione, storie di marginalità, rivendicazione di una povertà cronica che vuole trovare sbocco e speranza in occidente. Nell’Italia di oggi. Massimo Coppola è fin troppo consapevole di inscriversi in territori ultrabattuti dal nostro cinema, ed ha l’intelligenza di utilizzare tutta questa sovrastruttura preesistente come una sorta di acquario dove far nuotare due esistenze “attualissime”. L’immigrata rumena Eva e la precaria operaia Anna sono come due facce di uno stesso disagio, percorsi diversi che si incontrano per specchiarsi e riconoscersi, vite speculari che inabissano ogni differenza (di nazionalità, di condizione economica, sociale, persino sentimentale). È proprio in questo naturale scoprirsi “uguali” che il film di Coppola riesce a trovare una sua valenza universale ed originale. Il dolore e i dubbi profondi di queste due ragazze sono solo in apparenza legati al denaro o alla questione lavoro (bellissima la frase di Eva rivolta alla madre che l’aveva abbandonata da bambina: “quanto dolore hai comprato con questi soldi?”) allargandosi all’intera condizione del vivere immersi nel nostro presente, che ha solo come punta dell’iceberg il problema lavorativo. E allora la ricerca spasmodica diventa quella di una identità, sfuggire dall’etichetta preconfezionata di rumena o operaia per iniziare ad assecondare ciò che si è veramente (Anna, la bravissima esordiente Erica Fontana, che si rifugia in un’università).

Il film di Coppola procede per sottrazione, ricordando a tratti lo stile dei fratelli Dardenne e intavolando una costruzione visiva secchissima nella sua aderenza carnale ai corpi delle due giovani protagoniste. Una scelta stilistica molto ambiziosa che a volte cede sotto il peso di se stessa e asciuga un po’ troppo l’impatto emozionale. Ma l’importanza di questo film va ricercata nella riscoperta dei volti, in quella sincera voglia di tornare a inquadrare i sentimenti nel loro nascere e crescere, per tentare faticosamente di superare la paura di ogni buio.   
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