VENEZIA 67 – “Detective Dee and the Mystery of Phantom Flame”, di Tsui Hark (Concorso


Tsui Hark racconta la sua parabola sul potere e la giustizia, per dire, ovviamente, che l’uno può trovare fondamento solo nell’altra. Ma ovviamente non è (solo) questo che gli interessa. E’ piuttosto costruire la coreografia adatta all’incoronazione a venire, girare il film quasi come fosse lo spettacolo cerimoniale. All’inseguimento di John Woo sul terreno dell’eccesso, ben oltre tutti gli altri

detective dee and the mystery of phantom flameTsui Hark ci ha abituati a tutto. Nel bene e nel male. Ma è sicuramente, uno di quei registi che non si tira indietro davanti a nulla, sperimentando, scavando nei generi, girando e sfornando film a ritmi insostenibili. Puro intrattenimento, si potrebbe dire. Ma in realtà ricerca sulle forme, furia di immagini, geometrie e vortici. E’ questo il segreto del suo cinema, che non si stanca di ricercare lo stupore, di rischiare anche quando mette in ballo budget stratosferici. Detective Dee and the Mystery of Phantom Flame sembra rispondere appieno ai codici del wu xia pian. Ma all’interno della cornice, Tsui vira al giallo e al thriller, mettendo l’indagine al centro della vicenda e giocando sul filo del rasoio.     

Nel 690 d. C., epoca Tang, una donna sta salendo per la prima volta sul trono imperiale, al posto del figlio ancora minorenne. La bella e algida Wu Zeitan per la sua incoronazione ha pensato a uno spettacolo magnifico, facendo costruire davanti al palazzo una colossale statua del Buddha. Ma le preparazioni per la cerimonia sono funestate da una serie di incidenti: alcuni dignitari sono morti per autocombustione, in circostanze decisamente misteriose. Non persuasa dalle voci di una vendetta divina, Wu Zeitan decide di affidare il caso a un suo vecchio nemico, il giudice Di Renje (Detective Dee in inglese), arrestato otto anni prima con l’accusa di complotto nei confronti della Reggente. Ma per lo sfrontato e geniale giudice Di i misteri da risolvere saranno infiniti. Tsui Hark racconta la sua parabola sul potere e la giustizia, per dire, ovviamente, che l’uno può trovare fondamento solo nell’altra. Ma ovviamente non è (solo) questo che gli interessa. E’ piuttosto costruire la coreografia adatta all’incoronazione a venire, girare il film quasi come fosse lo spettacolo cerimoniale. Grandi panoramiche su città e meraviglie digitali, combattimenti fantastici orchestrati dal genio ‘marziale’ di Sammo Hung, colpi di scena a profusione tra mostri veri e finti. E poi le star, gigantesche: Andy Lau, sempre più maestro supremo della trasformazione, Carina Lau, Tony Leung Ka-fai. E il melò. Quel che manca di forza e impatto rispetto ad altri film, torna sotto forma di grandeur. All’inseguimento di John Woo sul terreno dell’eccesso, ben oltre tutti gli altri. Lo spettacolo al limite, sino alla distruzione. Ed è solo nell’apoteosi del crollo che il potere trova finalmente la legittimazione definitiva. Dopo il caos e l’abominio, la resurrezione e la pace.

 

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