VENEZIA 67 - “Oča (Dad)”, di Vlado Škafar (Settimana della critica)


La pellicola si intitola “Padre”, ma fin dal primo dialogo comprendiamo che forse sarebbe risultato più opportuno chiamarla “Figlio”. Si, perchè la quasi totalità dei confronti tra i due presentano un bambino straordinariamente (a volte, bisogna ammetterlo, eccessivamente) lucido e maturo, di fronte ad una padre esterrefatto, e al confronto piuttosto incolore

ocaSi direbbe proprio che nel Cinema dell'Est, da Roman Polanski in poi, tra i quattro elementi sia riservato all'acqua un posto di favore - si pensi alla novella liquida Ovsyanki (Silent Souls), presentata anch'essa quest'anno al Lido.

Non di rado, infatti, i luoghi acquatici - mare a volte, ma soprattutto fiumi - divengono sede di rivelazioni, conflitti, confronti, in cui l'acqua fa da specchio metaforico oltre che da mera ambientazione, come nel piccolo gioiello dell'assurdoPescuit sportiv del rumeno Adrien Sitaru. In questi fiumi, dunque, prima di tutto si pesca, ed è proprio durante una giornata dedita a questa attività che incontriamo i protagonisti del nostro film, un padre ed un figlio. La pellicola si intitola “Padre”, ma fin dal primo dialogo comprendiamo che forse sarebbe risultato più opportuno chiamarla “Figlio”. Si, perchè la quasi totalità dei confronti tra i due presentano un bambino straordinariamente (a volte, bisogna ammetterlo, eccessivamente) lucido e maturo, di fronte ad una padre esterrefatto, e al confronto piuttosto incolore. Si tratta della classica giornata padre-figlio in una famiglia con genitori divorziati, momento di incontro e di “innamoramento”, e di scoperta dei cambiamenti. Il lirismo dei dialoghi trova riscontro in una fotografia luminosa ed estetizzante, tra ambientazioni boscose e prati verdissimi, ma l'analisi della relazione resta in superficie, sotterranea rispetto a una psicologia “infantile” troppo matura per risultare credibile. Si allude poi a una problematica sociale inerente la chiusura della fabbrica in cui entrambi i genitori del ragazzo lavorano, all'interno di un frammento filmico quasi documentario, costruito attraverso una serie di interviste agli operai.

Il risultato finale è un'opera piuttosto incompleta e disomogenea, risucchiata dal fascino di un bambino fuori dal comune che concentra su di se tutte le attrattive per lo spettatore, a volte soddisfacendole, altre volte meno.

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