VENEZIA 67 – “Svinalängorna (Beyond)”, di Pernilla August (Settimana della critica)
“Il nostro passato ci accompagnerà sempre”. Questa è la frase che la regista ama ripetere in ogni sua dichiarazione. Una frase che forse illumina più di ogni altra complessa analisi il disorientamento che si prova vedendo questa controversa opera prima. Un film che mescola una struttura convenzionale e macchinosa a rari ma sublimi momenti di cinema bergmaniano
“Il nostro passato ci accompagnerà sempre”. Questa è la frase che la regista ama ripetere in ogni sua dichiarazione. Una frase che forse illumina più di ogni altra complessa analisi il disorientamento che si prova vedendo questo controverso film. Il passato irrompe improvvisamente nella vita della giovane Leena, irrompe nella sua famiglia, nel suo equilibrio, nella sua intimità conquistata. Sua madre sta morendo e la vuole rivedere per l’ultima volta, e lei (a sua volta giovane madre) si trova improvvisamente risucchiata nei suoi ricordi. Ricordi fatti di disfunzioni familiari, violenze domestiche e alcolismo. Ora, come si può tradurre ancora in immagini una storia così tanto “raccontata”, una tipizzazione così forte, dei contrasti umani così tante volte sviscerati? Pernilla August (regista esordiente ma con un curriculum da prestigiosissima attrice che spazia da Ingmar Bergman a George Lucas) sceglie la strada più ovvia, orchestrando una fittissima catena di flashback che letteralmente ci fanno vedere il percorso di riemersione del rimosso che Leena vive riavvicinandosi a sua madre, alla sua vecchia casa, alle sue vecchie cose. Leena deve (ri)toccare con mano le sue angosce passate per riuscire ad essere una buona madre nel presente. Ma il continuo alternarsi dei piani temporali, che strutturano un’infinità di “rime” interne, alla lunga risulta troppo prevedibile e macchinoso per far detonare la vera emozione. Intento che del resto Pernilla August persegue ostinatamente. Ecco che invece, paradossalmente, è nei rari momenti di stasi che il film riesce a convincere di più. Nei momenti in cui la macchina da presa cessa il suo continuo movimento, si poggia sul dolente viso della Leena bambina che copre le orecchie del fratellino per non renderlo partecipe della furiosa lite dei genitori, o scopre un lieve sorriso nella Leena adulta quando riabbraccia le due figlie e il marito dopo la morte della madre. Dopo che ogni “riemersione” è stata sottolineata e ci si può soffermare (bergmanianamente) sulla sensazione del momento, sulla struggente valenza di un singolo gesto, sul valore di un primo piano insistito che sciocca ancora oggi per la sua potenza.
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