VENEZIA 67 - Per questi stretti morire (Cartografia di una passione), di Giuseppe Gaudino e Isabella Sandri (Orizzonti)

Cartografo, andinista, cineasta, fotografo, e la parola che contiene tutte queste definizioni, esploratore: Gaudino e Sandri scelgono di ritrarre non padre Alberto Maria De Agostini, non i suoi viaggi in sudamerica, ma la sua ostinazione herzoghiana, quella che lo rendeva già fantasma tra gli ultimi indigeni della Patagonia e della Terra del Fuoco, in un'opera vertiginosa che narra, invece della missione, l'ossessione.

Per questi stretti morire (Cartografia di una passione), di Giuseppe Gaudino e Isabella Sandri Cartografo, andinista, cineasta, fotografo, e la parola che contiene tutte queste definizioni, esploratore: Gaudino e Sandri scelgono di ritrarre non padre Alberto Maria De Agostini, non i suoi viaggi in sudamerica, ma la sua ostinazione herzoghiana, quella che lo rendeva già fantasma tra gli ultimi indigeni della Patagonia e della Terra del Fuoco, in un'opera vertiginosa che narra, invece della missione, l'ossessione.

La sua figura nelle foreste, contro i ghiacciai, lungo i fiordi, è il monaco di Caspar David Friedrich: il suo volto non si vede mai, come a proteggerlo dall'innamoramento per cui doveva trasfigurarsi. Prima che un prete, un testimone di massacro della bellezza: la sua immagine, ossessivamente slanciata verso gli orizzonti ancora intoccabili, poi martirizzati dalla civiltà bianca, serve a rendere più struggente il movimento degli indios verso le stelle polari della dimenticanza, scomparsi dalla terra, ma non dalla mappa che l'uomo si cuciva addosso. D'accordo, sono vissuti per secoli, ma più ostile della terra è l’uomo: i suoi virus letterali e figurati stanno già intaccando le facce scolpite, le spalle nude sotto le pellicce. Corpi innocenti vengono ricoperti da vestiti grossolani ma il buon colonialismo è già alle porte: insieme alla lana delle pecore che vengono tosate viene strappata via agli indios anche la propria nudità i territori per cacciare la sopravvivenza.

Il fantasma, ancora ossessionato pronto a toccare il cielo batte a macchina, premendo i tasti più piano per non mostrarsi ai visitatori del museo che è sempre troppo rigido per contenere la sua storia: così Per questi stretti morire (da un passo di John Donne) la restituisce reinventata, fluida, eppure narrata nei suoi nodi reali, in un antidocumentario che è una vertigine, procede a sprazzi di musica concreta, cascate di archi, animazione a passo uno e time lapse risolti in volute espressive geniali (introdotte anche dal corto di Clara Law, Chi Di, che precede il film, viaggio Per questi stretti morire, di G. Gaudino e I. Sandriparadossale composto da scatti fotografici nella fantascienza dell’amore, forse Jetée – e anche Per questi stretti morire è un film d’amore, perché di ossessione).

Due ragazzi in canotta, forse studenti, forse sognatori, sono forse sulla scena per essere il nostro amleto, sovrappongono il volto a quello di un teschio: l’eclisse della gente dei ghiacciai è sporcata di sangue, il delirio di una vita che non ne ha abbastanza scorre sullo schermo, le testimonianze, poesie evidenti di prima, le immagini acquatiche e gelate di oggi: le lettere mai recuperate vengono battute a macchina direttamente sullo schermo, i ghiacciai si sciolgono all'improvviso con fragore liquido, i sacchi in un ovile insanguinato si mutano in campane, a un coro tragico, i registri di scuola con i nomi degli indios bambini vengono sfogliati da un tempo severo e sillabati da un coro tragico, un magazzino si muta in continente, la memoria dei depredati batte i denti, noi con lei.

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