VENEZIA 67 – “The Ditch”, di Wang Bing (Concorso)
Il bellissimo film a sorpresa di questa edizione racconta il destino di alcuni "dissidenti" nella Cina degli anni '50, deportati in un campo di lavoro nel deserto dei Gobi. Ancora un grandissimo regista cinese, capace di non far rimpiangere uno dei massimi esponenti della cinematografia mondiale in assoluto, il connazionale Jia Zhangke. Completamente diversi nello stile, ma con la stessa capacità di mescolarsi con la materia filmica, senza intralciare il flusso degli eventi, senza manipolare eccessivamente le flebili pulsazioni dell’esistenza
Alla fine degli anni cinquanta, il governo cinese condanna ai campi di lavoro forzato migliaia di cittadini considerati “dissidenti di destra” a causa delle loro attività passate, di critiche contro il Partito Comunista o semplicemente a causa della loro provenienza sociale e famigliare. Deportati per essere rieducati nel campo di Jiabiangou nella Cina Occidentale, nel cuore del Deserto del Gobi, lontani migliaia di chilometri dalle loro famiglie e dai propri cari, circa tremila “intellettuali” di estrazione basso o medio borghese dalla provincia di Gansu furono costretti a sopportare condizioni di assoluta povertà. A causa delle fatiche disumane a cui venivano sottoposti, delle condizioni climatiche estreme e incessanti e delle terribili penurie di cibo, molti morirono ogni notte nei fossi dove dormivano. The Ditch (Il fossato) racconta il loro destino. Ancora un grandissimo regista cinese, capace di non far rimpiangere uno dei massimi esponenti della cinematografia mondiale in assoluto, il connazionale Jia Zhangke. Completamente diversi nello stile, ma con la stessa capacità di mescolarsi con la materia filmica, senza intralciare il flusso degli eventi, senza manipolare eccessivamente le pulsazioni dell’esistenza. Nella fossa comune batte lentamente, fino a fermarsi, il cuore di un Paese trincerato e devastato, fuori, nel deserto invece il vento, la polvere, i lamenti, l’orizzonti irraggiungibile, sono tormenti dell’anima, burrascose tempeste di corpi piegati e sofferenti. Documentare sembrerebbe l’unica strada percorribile, l’unico sentiero riconoscibile in quel deserto spazzato via dal dolore, ma in realtà lo sguardo di questo magnifico autore si perde nel nulla della narrazione, elevando anche un granello di sabbia sollevato dal vento al più memorabile dei miracoli. Wang Bin (co-sceneggiatore di Hero e La foresta dei pugnali volanti, nonché autore di He Fengming, documentario-intervista di una anziana donna cinese che racconta la sua personale odissea attraverso la Cina comunista del dopoguerra) segue un modus operandi rigoroso e dalla morale rigida, come le immagini scolpite dalla macchina fissa. Poche inquadrature, ma lunghe nella propria staticità. Una dilatazione temporale che non sembra avere fine, spazi chiusi (anche quelli sterminati fuori campo) che danno poco respiro, così come chiuso il mondo dei protagonisti. Più che chiuso probabilmente quel mondo è proprio giunto alla fine, senza ritorno, ma la morte è leggera, quasi metafisica, fluttua nell’aria, anche oltre lo schermo e si deposita come polvere. Apparenza ed esistenza quindi sono lo stesso in quanto ciò che esiste, appare. In quanto e per quanto appare questo cinema, apparenza e verità coincidono. Wang Bing ci fa credere fino in fondo nel vuoto perché nasce dall’astrazione dello spazio-luogo filmico, lontano da ogni immaginazione o forse troppo spesso solo immaginato dai registi professionisti del dolore. Metafisico quindi perché trascendentale meta in atto posta al fisico e alla mente.
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