VENEZIA 67 – “Balada triste de trompeta”, di Alex de la Iglesia (Concorso)


Parte dalla Seconda guerra Mondiale e giunge alla Spagna franchista degli anni ’70, raccontando la Spagna a cui forse hanno sottratto la giovinezza, la stessa che Javier, pagliaccio triste, non ha avuto e che adesso rivive nel ricordo del padre, ucciso dai militari. Alex de la Iglesia è vomitatore di cinema, come un certo Quentin Tarantino, quest'anno presidente di giuria e quindi probabile estimatore del regista spagnolo...

balada triste de trompeta alex de la iglesia venezia 671937. Le scimmie del circo urlano selvaggiamente nella loro gabbia mentre, fuori, gli uomini uccidono e muoiono in un altro circo: la guerra civile spagnola. Il Pagliaccio Triste, arruolato contro il suo volere dalla Milizia, finisce per commettere con un machete un massacro di soldati nazionalisti mentre ha ancora indosso il suo costume. E così inizia questa movimentata avventura in cui Javier e Sergio, due pagliacci orrendamente sfigurati, combattono all’ultimo sangue per l’amore ambiguo di un’acrobata durante il regime di Franco. Dal regista più estroso e incontrollabile spagnolo, una storia ricca di spunti metacinematografici e di contaminazioni di genere. Grottesco e noir sono sicuramente i punti di partenza prediletti dell’autore che possiede una carica creativa esplosiva sempre pronta a sfociare nell’eccesso visivo. È stato questo il motivo per cui lo stesso Almodovar ha prodotto il suo film d’esordio, Azione mutante del 1993. In questa sua ultima opera è stato capace anche di lavorare su una certa paradia horror come in El dia de la bestia del 1995 o in Perdita Durango del 1997. Vomitatore di cinema, come un certo Tarantino, presidente di giuria quest’anno e possibile estimatore del regista spagnolo. Horror atipico, storia d’amore, thriller strampalato che ricorda anche la Comunidad del 2000 o Teorema di un delitto del 2008. Parte dalla Seconda guerra Mondiale e giunge alla Spagna franchista degli anni ’70, raccontando, attraverso immagini di repertorio che si intersecano con la narrazione, il suo Paese a cui forse hanno sottratto la giovinezza, la stessa che Javier non ha avuto e che adesso rivive nel ricordo del padre, ucciso dai militari e adesso è apparizione ossessiva del figlio al quale ricorda di perseguire la vendetta. Javier è il pagliaccio triste, la spalla ideale del pagliaccio tonto e sempre sorridente, le due anime in perfetta simbiosi che combattano sino alla morte per un desiderio, una passione, due simboli forti e dissacratori ma che sembrano descrivere con intelligenza e acume un intero Paese, devastato dalla guerra e da totalitarismi e oggi proiettato nel futuro, carico di fiducia e nuove forze propulsive, così come nel cinema.   

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