VENEZIA 67 – "La Svolta. Donne contro l'Ilva", di Valentina D'Amico (Giornate degli Autori)
La regista basa il suo documentario su un'idea forte di contrapposizione che si trasferisce subito al livello dell'immagine: da un lato, le fredde ciminiere, le sagome nere e minacciose delle fornaci che occludono l'orizzonte, l'angosciante profilo notturno della zona industriale tarantina illuminata dai fari rossi delle luci di sicurezza; dall'altro, l'umanità assoluta delle donne che combattono contro il mostro di lamiera, che hanno invece occhi pieni di lacrime, volti stanchi, mani che spesso si chiudono in pugni di rabbia
Valentina D'Amico, reporter d'assalto salentina, fa il punto ad oggi più completo e rappresentativo sulla questione-Ilva, il gigantesco centro siderurgico situato nella mostruosa zona industriale di Taranto, edificata a inizio anni '60 all'interno di un quadro scellerato di industrializzazione forzata del Mezzogiorno d'Italia. E' una zona che inevitabilmente reca pesante sopra di sé l'ombra della Morte: per l'altissima percentuale di infortuni sul lavoro degli operai che lavorano nell'acciaieria, e per una terrificante emergenza ambientale dovuta alla presenza altissima di diossina e altre sostanze nocive nell'aria e nell'acqua inquinate dai fumi e dagli scarichi delle fabbriche – che porta i residenti dell'adiacente quartiere Tamburi di Taranto ad ammalarsi improvvisamente di patologie neurologiche gravissime, o a dare alla luce figli affetti da malattie inguaribili come l'autismo.
D'Amico basa il suo documentario su un'idea forte di contrapposizione che si trasferisce subito al livello dell'immagine: da un lato, le fredde ciminiere, le sagome nere e minacciose delle fornaci che occludono l'orizzonte, l'angosciante profilo notturno della zona industriale illuminata dai fari rossi delle luci di sicurezza; dall'altro, l'umanità assoluta delle donne che combattono contro il mostro di lamiera, che hanno invece occhi pieni di lacrime, volti stanchi, mani che spesso si chiudono in pugni di rabbia. Tanto sono gelide e post-apocalittiche le riprese delle colonne di fumo e dei comignoli letali, così sprigionano passione le inquadrature dedicate alle testimonianze delle donne che si raccontano allo sguardo della regista – ed ecco che l'autrice rompe la compostezza da mezzo busto dell'intervista 'raccolta', con una serie di dettagli sulle espressioni delle protagoniste, spesso 'scomposte' in fulminei particolari che sembrano veri e propri slanci di compartecipazione del mezzo al dolore e alla tragedia.
Non è allora un caso se hanno le facce coperte da bianche maschere senza espressione, le comparse usate per la ricostruzione dell'infame storia della palazzina Laf, ala in disuso del complesso Ilva che il 'padrone' Emilio Riva ri-destina come confino per gli operai 'dissidenti', esperimento estremo di mobbing in cui 70 uomini e donne costantemente piantonati vengono costretti a non far nulla sul posto di lavoro per tutta la giornata, ricavandone depressioni acutissime e tentativi di suicidio: non avendo più un volto che la macchina da presa può scrutare ed indagare con lo zoom e il primissimo piano, come D'Amico fa con le donne che intervengono nel film, hanno conseguentemente perso la loro umanità, per colpa dell'incredibile trattamento ricevuto.
Similmente, ha il volto nascosto nell'ombra di uno studio di posa nero e buio, l'attore Alessandro Langiu che interpreta l'operaio morto sul lavoro Antonino Mingolla, nei frammenti del documentario in cui recita in prima persona il racconto scritto da Francesca Caliolo, la moglie dell'uomo, all'indomani del lutto, intitolato La svolta. E' la composta ribellione di volti che non vogliono sparire nell'oscurità ma intendono stagliarsi alla luce con tutta la fermezza di un monito senza possibilità di appello.
La colonna sonora tratta dalla sonorizzazione ad opera della band Yo Yo Mundi del classico di Ejzenstejn Sciopero dice con le note la rabbia che la discrezione della confezione del documentario invece mantiene costantemente trattenuta.
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