VENEZIA 67 – “I’m Still Here”, di Casey Affleck (Fuori concorso)
Vero o finto non conta. Come se una sola immagine potesse dire la realtà. Come se il movimento di un attore non fosse più movimento. Quel che conta è che Casey Affleck, con un solo film sembra già vivere in una sorta di universo alla Herzog. Sa cosa inquadrare, sa cosa mostrare (quasi tutto) e cosa tacere (molto poco). E ci accompagna per mano lungo le traiettorie elicoidali della vita
Cerchiamo ancora le parole. I’m Still Here è il caso cinematografico dell’anno. Un anno della vita di Joaquin Phoenix, che, dopo Two Lovers (guarda caso film di delusioni e rinunce),decide di abbandonare il cinema. E’ il 2008. Dà l’annuncio a un giornalista in occasione di uno spettacolo di beneficenza in memoria di Paul Newman. Il sogno di Joaquin è cambiare strada per ritrovar se stesso. Come? Dandosi anima e corpo alla musica hip hop. La notizia fa il giro del mondo, scatenando curiosità, dubbi e indiscrezioni. E il cognato Casey Affleck (altro grande volto del cinema americano contemporaneo, marito di Summer Phoenix) decide di filmare tutto.E’ curioso che un esordio coincida con un abbandono. L’inizio e la fine si abbracciano in un corpo solo, fino a diventare indistinguibili nascita e morte, ascesa e caduta. Principio di conservazione della materia e mistero profondo di un tempo unico e circolare, in cui, come ben si dice, la goccia che cade a valle, evapora e risale al cielo. Ma nella trasformazione, si dice, c’è sempre una dispersione di calore. E sembra proprio che lo sguardo di Affleck stia fisso lì, deciso a filmare l’entropia. Si avvinghia al corpo di Phoenix, per coglierne il progressivo collasso. E’ un vero abbraccio dello sguardo, che, pur inamovibile, non può chiamarsi fuori. E quanto più Joaquin Phoenix precipita sotto il peso della sua scellerata decisione, quanto più si degrada di fronte al pubblico, quello anonimo e spietato di cui (non)
siamo tutti parte, tanto più I’m Still Here cresce d’intensità fino a diventare enorme, immenso… Fino a diventare non solo il racconto ‘diretto’ di una trasformazione lacerante, ma anche il ritratto lucidissimo e spesso cupo di un mondo, uno svelamento dei meccanismi di funzionamento che sottendono i rapporti star-pubblico. Francamente non ha molta importanza risolvere il dubbio verità o finzione, su cui per mesi si è litigato e ancora oggi ci si affanna. Che quella messa in piedi dai due cognati sia solo la cronaca di una vicenda dolorosa, o sia una geniale, magnifica truffa mediatica, poco importa. Perché la manipolazione – come dice Affleck – è affare d’occhi, risponde a principi fisici di reazione agli stimoli delle cose, piuttosto che a intenti artistici. Se fosse tutto finto, l’esplosività emotiva della ‘storia’ rimarrebbe intatta. Se fosse tutto vero, la vertigine del dubbio sull’origine della creazione non cesserebbe. Che Phoenix reciti oppure no, non ci riguarda. Perché ha già messo in gioco tutto se stesso al punto da diventare una vittima pubblica. Un corpo e un’anima talmente giganteschi da incarnare comunque il destino del martire immolato in nome della passione. Vero o finto non conta. Come se una sola immagine potesse dire la realtà. Come se il movimento di un attore non fosse più movimento. Quel che conta è che Casey Affleck, con un solo film sembra già vivere in una sorta di universo alla Herzog. Sa cosa inquadrare, sa cosa mostrare (quasi tutto) e cosa tacere (molto poco). Un dettaglio, un primo piano, un gesto, una posizione, un filtro, un ostacolo, una folla. Rotture, sangue e vomito. Con un solo film mostra una coerenza visiva, che per di più trova, all’inizio e alla fine, una misteriosa connessione con l’ultimo Bellocchio (Sorelle mai), un maestro che fa cinema da quaranta anni. Appassiona ed emoziona, senza sprecare parole e colpi. E ci accompagna per mano lungo le traiettorie elicoidali della vita. Si parte da Panama e si torna a Panama. Da un fiume e si torna a un fiume. Un tuffo e un bagno, di dolore e bellezza. Joaquin ‘Leaf’ è una foglia che si muove nell’acqua, nel riflesso di mille altre foglie. E muore e rinasce come la fenice. I’m Stille Here.
siamo tutti parte, tanto più I’m Still Here cresce d’intensità fino a diventare enorme, immenso… Fino a diventare non solo il racconto ‘diretto’ di una trasformazione lacerante, ma anche il ritratto lucidissimo e spesso cupo di un mondo, uno svelamento dei meccanismi di funzionamento che sottendono i rapporti star-pubblico. Francamente non ha molta importanza risolvere il dubbio verità o finzione, su cui per mesi si è litigato e ancora oggi ci si affanna. Che quella messa in piedi dai due cognati sia solo la cronaca di una vicenda dolorosa, o sia una geniale, magnifica truffa mediatica, poco importa. Perché la manipolazione – come dice Affleck – è affare d’occhi, risponde a principi fisici di reazione agli stimoli delle cose, piuttosto che a intenti artistici. Se fosse tutto finto, l’esplosività emotiva della ‘storia’ rimarrebbe intatta. Se fosse tutto vero, la vertigine del dubbio sull’origine della creazione non cesserebbe. Che Phoenix reciti oppure no, non ci riguarda. Perché ha già messo in gioco tutto se stesso al punto da diventare una vittima pubblica. Un corpo e un’anima talmente giganteschi da incarnare comunque il destino del martire immolato in nome della passione. Vero o finto non conta. Come se una sola immagine potesse dire la realtà. Come se il movimento di un attore non fosse più movimento. Quel che conta è che Casey Affleck, con un solo film sembra già vivere in una sorta di universo alla Herzog. Sa cosa inquadrare, sa cosa mostrare (quasi tutto) e cosa tacere (molto poco). Un dettaglio, un primo piano, un gesto, una posizione, un filtro, un ostacolo, una folla. Rotture, sangue e vomito. Con un solo film mostra una coerenza visiva, che per di più trova, all’inizio e alla fine, una misteriosa connessione con l’ultimo Bellocchio (Sorelle mai), un maestro che fa cinema da quaranta anni. Appassiona ed emoziona, senza sprecare parole e colpi. E ci accompagna per mano lungo le traiettorie elicoidali della vita. Si parte da Panama e si torna a Panama. Da un fiume e si torna a un fiume. Un tuffo e un bagno, di dolore e bellezza. Joaquin ‘Leaf’ è una foglia che si muove nell’acqua, nel riflesso di mille altre foglie. E muore e rinasce come la fenice. I’m Stille Here.
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