VENEZIA 67 - “Xifang qu ci bu yuan (Reconstructing Faith)”, di Wen Hai (Orizzonti)
Il regista cinese affronta la tematica della ricostruzione del buddismo a seguito delle persecuzioni subite fino al 1976. Ci racconta come si stiano raccogliendo le fila di culti millenari e di scelte etiche profonde, senza tempo
Sappiamo davvero poco della Cina. Tra ciò che non si vuole che si sappia e ciò che non conosciamo per negligenza, si può dire che ne abbiamo una concezione piuttosto generica, vista la vastità del territorio e le differenze di etnie, lingue, culture. Wen Hai, giornalista, sceneggiatore, regista e produttore indipendente cinese, sceglie di concentrare la propria attenzione su una manifestazione culturale a lui cara: la religione buddista, nelle sue molteplici forme. Si affronta in primo luogo la tematica della ricostruzione, poiché dal 1949 al 1976 i buddisti subirono aspre persecuzioni, e nell'ultimo trentennio si stanno raccogliendo le fila di culti millenari e di scelte etiche profonde, senza tempo. Questo documentario ce ne parla attraverso le parole di Shao Yun, celebre maestro Zen con una straordinaria coscienza storica e culturale, vittima delle persecuzioni di allora ed artefice oggi della ricostruzione. In parallelo, la sacerdotessa Guo lavora per riaffermare i valori sepolti di amore universale e rispetto per ogni creatura vivente, impegnata da decenni nella raccolta di sacre scritture, e soprattutto nella costruzione di uno “Stupa”, tempio per accogliere le reliquie.
La macchina da presa dell'autore osserva con rispetto rituali sacri e si ferma ad ascoltare litanie ripetitive, arcane, ma purtroppo lo spettatore resta inevitabilmente distante, avulso da un universo di usanze simboliche che necessiterebbero un approfondimento maggiore. Non si partecipa, certo, ma si resta comunque catturati ed affascinati, ad esempio, dal rapporto pacificato che questi attivisti religiosi riescono ad intrattenere con la morte, presenza quotidiana eppure mai banalizzata, trattata con un connubio di familiarità e devozione che l'Occidente sembra aver dimenticato.
Salta all'occhio la voglia dell'autore di affrontare la manifestazioni più disparate, per poter offrire un panorama vasto e variegato dell'immenso fenomeno raccolto sotto il nome di “buddismo attuale”, ma forse l'occhio avulso (ed ignorante in materia) dello spettatore occidentale necessiterebbe maggiori delucidazioni riguardo un retroterra tanto ampio.
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