VENEZIA 67 - “Noi credevamo” di Mario Martone (Concorso)
Al di là dell'apparato storiografico e del solco celebrativo dei 150 anni, questo è un film che ha il coraggio di parlare di Storia e di Italia guardando alla sua integrità, all’interezza del suo essere corpo che immagina se stesso nel sogno di una gioventù che idealizza. Martone lavora su un’Italia che è cinema nella nostra memoria rosselliniana
Il “contrasto dilaniante tra azione e disillusione”, dice Martone. Quello che segna la nostra storia e che traccia le coordinate di un tempo imperfetto coniugato sulla voce del verbo credere, ovvero darsi certezze, possibili illusioni...
Noi credevamo (il titolo viene dal libro di Anna Banti, che solo in minima parte è poi confluito nel film) è la ricerca di un altrove che stia al di là delle geografie della Storia, il viaggio in un'Italia da immaginare, da trovare nella visibilità del desiderio. Al di là dell'apparato storiografico e del solco celebrativo dei 150 anni, questo è un film che ha il coraggio di parlare di Storia e di Italia guardando alla sua integrità, all’interezza del suo essere corpo che immagina se stesso nel sogno di una gioventù che idealizza. Tre ragazzi del sud, di diversa estrazione e diverso destino nel cuore della Giovane Italia mazziniana, spinti dalla repressione borbonica nel pieno di un’idealità antimonarchica e popolare che si concretizza in differenti fughe. Al loro movimento Martone contrappone la staticità delle figure sagomate nella Storia, a partire dal Mazzini di Toni Servillo, ceroni di una concezione della Storia come luogo di ideali sacri, lontani dal vibrare della vita, chiusi nella penombra dei salotti, spinti nell’altrove dell’esilio.
Al di là di tutto quello che si è detto e che si può dire degli aspetti storici e politici di Noi credevamo, ciò che resta determinante ai nostri occhi è il rapporto estremo che Martone ha costruito con lo spazio nazionale: a fronte dell’estraneità, dell’extraterritorialità delle sagome storiche, c’è il radicarsi dei tre protagonisti immaginari nella flagranza del territorio, nella pulsione delle geografie attraversate dai loro corpi desideranti. Corrono, Angelo Domenico e Salvatore, agiscono, finiscono in prigione, laddove i nomi della Storia sono astratti nel loro pensiero, nella funzione che assumono. E poi Martone lavora su un’Italia che è cinema nella nostra memoria rosselliniana, praticando il dissidio tra la statuaria prassi dell’ultima stagione e il pragmatismo neorealista: Noi credevamo sta in Paisà e Anno uno, vivendo nel dolore di Roma città aperta la disillusione di un tempo che non si trasforma in Storia se non per virtù delle singole storie.
Questo è un film di paesaggi amati, geografie attraversate nel fulgore perenne dei monumenti che sono momenti, dei luoghi che mostrano il loro tempo, compreso quello presente dei pilastri di cemento che tagliano l’orizzonte. E’ incredibile sentir parlare di “linguaggio televisivo” per un film invece pienamente cinematografico come Noi credevamo: sarà che Martone ha tradito nettamente l’immaginario storico viscontiano del nostro cinema e ha mostrato come la Storia nel nostro cinema l’ha fatta davvero e solo Rossellini, nessun’altro… Questo è un film che ascolta le lingue, che semmai è più vicino alle sonorità straubiane en plein air, al suo rapporto con le storicità dei luoghi abitati, alla metrica del mito reso vivibile…
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Condivido in pieno quanto riportato nell'articolo e aggiungerei dell'altro a mio modesto parere. I tre giovani "Cilentani ribelli" rappresentano per certi versi il popolo che si ribella e resiste con grandi sacrifici personali e di popolo alla monarchia borbonica per potersi garantire quella libertà che periodicamente è stata negata nella storia d'Italia. Potremmo dire che la "resistenza", quella tragica del periodo della seconda guerra mondiale sia cominciata proprio con loro.
Inviato da enzo il 30/09/2010
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