VENEZIA 67 – “Into Paradiso”, di Paola Randi (Controcampo italiano)
Alla sua prima prova nel lungometraggio la Randi non lesina certo gli argomenti con i quali confrontarsi. In questo film, infatti, si parla di precariato, di integrazione e di intreccio camorra (imprenditoria) e politica. Ma per fortuna questa è una commedia, al servizio della quale, la regista mette il suo sguardo che, oltre ad essere naturalmente leggero, non è mai stereotipato.
Alfonso è un ricercatore napoletano, timido e impacciato, che ha appena perso il lavoro. Gayan è un affascinante ex campione di cricket srilankese che non ha più un soldo. In una Napoli multietnica i loro destini s’intrecciano e si ritrovano a condividere giocoforza una catapecchia eretta abusivamente su un tetto di un palazzo nel cuore del quartiere srilankese della città, chiamato, appunto, Paradiso. Alfonso è costretto, per un tragicomico equivoco, a nascondersi da una banda di malavitosi e Gayan diviene dapprima ostaggio e poi suo unico alleato. Da questa paradossale convivenza nasce tra i due una speciale amicizia, un sodalizio che darà loro il coraggio di affrontare il proprio destino, cambiandolo per sempre.
Alla sua prima prova nel lungometraggio (dopo vari corti e una candidatura ai David per “La madonna della frutta” di cui era protagonista proprio la madrina del Festival di quest’anno: Isabella Ragonese) la Randi non lesina certo gli argomenti con i quali confrontarsi. In questo film, infatti, si parla di precariato, di integrazione e di intreccio camorra (imprenditoria) e politica. Ma per fortuna questa è una commedia, al servizio della quale, la regista mette il suo sguardo che, oltre ad essere naturalmente leggero, non è mai stereotipato. Il precario, infatti, non è il “solito” ragazzo sfruttato ma un ricercatore non più giovanissimo; la comunità srilankese non è “disperata” e “isolata” ma gioiosa e integrata; e pure la classe politico/camorrista non appare irresistibile, con Peppe Servillo che certamente non è stato scelto per “spaventare” lo spettatore. Fra le cose che colpiscono maggiormente in questo esordio c’è di sicuro il suo personale gusto cromatico che contribuisce non poco (insieme ad un lavoro quasi sperimentale sull’animazione e la rifrazione) alle virate “surreali” che la Randi dimostra di amare particolarmente, anche quando, magari, non risultano particolarmente giustificate sul piano della sceneggiatura.
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