VENEZIA 67 – “Tutto in un unico momento emotivo”. Incontro con Saverio Costanzo


Arriva finalmente l’ultimo dei film italiani in concorso, La solitudine dei numeri primi di Saverio Costanzo, attesissima trasposizione dell’omonimo romanzo di Paolo Giordano, bestseller vincitore del Premio Strega nel 2008. Storia di due solitudini appunto, di un ragazzo e una ragazza segnati dalla vita, nell’anima e nel corpo. Il resoconto della conferenza stampa

saverio costanzoArriva finalmente l’ultimo dei film italiani in concorso, La solitudine dei numeri primi di Saverio Costanzo, attesissima trasposizione dell’omonimo romanzo di Paolo Giordano, bestseller vincitore del Premio Strega nel 2008. Storia di due solitudini appunto, di un ragazzo e una ragazza segnati dalla vita, nell’anima e nel corpo. Il film uscirà nelle sale italiane in 380 copie. In conferenza stampa, Costanzo è stato accompagnato dai due protagonisti, Alba Rohrwacher e Luca Marinelli, e dall’autore del romanzo, Paolo Giordano, che ha collaborato alla sceneggiatura.

 
 
 
Come ha vissuto la grande attesa che c’era per il suo film?
L’attesa è terribile. Avverti un peso e una responsabilità insostenibili. Non vorrei che ci si aspettasse Il Gattopardo. In ogni caso credo che l’attesa sia dovuta al fatto che il romanzo di Paolo è stato un fenomeno letterario. E poi meglio essere attesi che disattesi.
 
Si può parlare di una profonda identificazione tra i due personaggi principali, Mattia e Alice?
L’identificazione probabilmente è dovuta a due scene che danno un’immagine interessante della caduta originaria: la caduta dagli sci e l’abbandono nel parco. Entrambi i protagonisti, poi, si sono sottoposti a un profondo lavoro sul corpo, che mostra i cambiamenti attraverso il tempo. Ed è curioso che, da quanto leggo dai giornali, questa sia la mostra dei corpi.
 
Quali sono le differenze fondamentali rispetto al romanzo di Paolo Giordano?
Nel romanzo di Paolo il racconto segue uno sviluppo cronologico. Paolo comincia con la caduta dagli sci e l’abbandono della sorellina. Noi abbiamo ragionato diversamente. Siccome la storia era conosciuta, abbiamo cercato di spostare l’attenzione dal ‘cosa accade’ al ‘perché accade’, in modo da creare uno spaesamento. Personalmente oggi non credo molto nel flashback cinematografico. Per questo con Paolo ci siamo detti, facciamo accadere tutto in un unico momento emotivo.
 
Quali sono i film che hanno influenzato questo lavoro? C’è forse un richiamo a C’eravamo tanto amati?
No, mi piace il film di Scola, ma non trova legami con il mio. Forse è più avvertibile l’influenza di un cinema esistenziale, come quello di Antonioni, L’avventura, o di Bergman. E poi, naturalmente, c’è l’horror, genere con cui sono cresciuto: i film di Carpenter, Argento, la fantascienza degli anni ’70.
 
Lei usa poco i dialoghi e si affida per lo più alle immagini. Come mai? E ci dice qualcosa sulla musica che ha scelto?
Non credo di essere molto bravo a scrivere i dialoghi. La musica, invece, serve a storicizzare le epoche. In ogni caso, preferisco i film di immagini piuttosto che quelli di dialoghi.
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