VENEZIA 67 – Contro la “casta”, il futuro è la Rete (e un grazie a Marco Muller)

E' di una straordinaria qualità questa Mostra di Venezia, dal 2004 in poi cresciuta nella ricerca di un cinema coraggioso, oltraggioso, capace di posizionare lo sguardo su piani sempre nuovi e differenti, ludico ma lucido, scoppieggiante nelle forme ma sinuoso e delicato nella trasmissione dei desideri. Perché di desideri, nella forma di eccentriche e stimolanti visioni, si tratta. E non di cinema arruolato nelle milizie della critica di regime. La Mostra di Marco Muller  rappresenta l’eccezione politico culturale del nostro paese, dove l'unica vera alternativa è la Rete. E quei pochi gioiosi resistenti che cercano ancora di far vedere che esiste anche un cinema di respiro, che “libera lo sguardo” invece di imprigionarlo, che ci permette di carpire la vitalità di alcuni cineasti e cinematografie e di godere di film magnifici e dirompenti, che urlano, sorridono, esplodono e ci penetrano del corpo, danzando e sparando al suono di una mitraglietta automatica.

Road to nowhere di Monte HellmanSiamo ormai all’ultima giornata di Venezia 67 e possiamo provare a trarre un primo bilancio di questa Mostra del Cinema, anche stimolati dalle dichiarazioni del Direttore nell’intervista che alcune webzine hanno realizzato (mentre la redazione di Sentieri selvaggi vedeva The Big Sleep in una proiezione riservata...).

Proprio ieri, prima delle esternazioni di Muller, si rifletteva sulla straordinaria qualità di questa Mostra di Venezia, dal 2004 in poi cresciuta nella ricerca di un cinema non banale, omologato, mainstream, ma invece coraggioso, oltraggioso, capace di posizionare lo sguardo su piani sempre nuovi e differenti, ludico ma lucido, scoppieggiante nelle forme ma sinuoso e delicato nella trasmissione dei desideri. Perché di desideri, nella forma di eccentriche e stimolanti visioni, si tratta. E non di cinema arruolato nelle milizie della critica di regime, quella che si esalta per i film a tesi, per i “grandi autori”, per un cinema vecchio e ammuffito che non ha più nulla a che vedere con la realtà. Ma non la “realtà” di un fantomatico “mondo reale” che chissà se esiste più, ma la “realtà” di un immaginario collettivo ormai contaminato definitivamente dai virus della virtualità, della condivisione delle idee, della digitalizzazione delle immagini, della moltiplicazione degli schermi e delle forme di trasmissione e consumo del cinema. E solo una Mostra libera e il suo straordinariamente audace Direttore poteva mettere in Concorso (dove non potrà vincere mai, altrimenti sai le critiche a Tarantino di aver favorito il suo Maestro?), quel capolavoro di teoria critica del cinema post-youtube, HD, ecc…, che è Road to Nowhere, di Monte Hellman. Come solo il Romero di Diary of the Dead, Monte Hellman ci porta dentro la materia del cinema di oggi, aprendo con un dvd (che sembra una copia pirata) e gettandoci dentro il film, per poi in un finale miracoloso, ricacciarci dentro il mito “classico” del cinema come “arma più forte”,  che il regista cowboy deve riporre, per sopravvivere alla “fine del cinema”… Ma, dentro il carcere della visione, lo sguardo si sofferma, si avvicina sempre più, quasi in un ritorno analogico, verso la fotografia, entrandoci dentro come in un Blow up, ma alla fine riscopriamo i pixel….e un possibile cinema dagherrotipo-digitale….

Alberto Sordi nell'episodio del Dentone ne I ComplessiResta il fatto che la Mostra di Marco Muller  rappresenta l’eccezione politico culturale del nostro paese, che ci ricorda chissà perché quel famoso personaggio del “Dentone” interpretato da Alberto Sordi ne I complessi, che riusciva a superare tutti i vari raccomandati solo attraverso i propri meriti e i contemporanei veti reciproci che annullavano a vicenda gli altri candidati… E non sono in pochi a temere il (im)possibile ritorno della sinistra al governo come ulteriore restaurazione dell’establishment cinematografico, con i soliti noti che non mollano le poltrone ma ne occupano più possibile contemporaneamente in un vergognoso “conflitto d’interesse” infinito e spudoratamente esibito. Muller, dall’alto della sua bravura e libertà (concessagli dal governo di destra, fantastico… e poi dice che uno si butta a destra, diceva Toto’…), può finalmente permettersi di “fare i nomi” di questa cricca, di questa “casta” del cinema italiano, veri parassiti della cultura nazionale.

Bravo!
C’è un brano che ci piace particolarmente, perché getta luce “dall’interno” di quei meccanismi “sovietici” della critica italiana:



“Non dimenticatevi tra l’altro una delle modifiche a cui siamo stati costretti a partire dal 2006: i più grossi gruppi di produzione e distribuzione d’esercizio, una grossa fetta dell’informazione, hanno detto “non si possono più buttare i film in pasto a tutti questi recensori giovanili che magari tributano un’accoglienza terribile ai film, quindi ci vuole la proiezione in sala Perla prima di quella al PalaGalileo”. Ci è stata imposta questa cosa! Dopo aver fatto parecchie settimane di discussione su questo siamo arrivati a una situazione che io reputo aberrante, per la quale l’anno scorso Paolo Mereghetti e Goffredo Fofi (non ho timore a fare i loro nomi, perché sono stati visti più volte) alle proiezioni per la stampa quotidiana fischiavano i film di Herzog. Allora perché quella parte della stampa e dei media che fa così tanta paura non può esprimere le proprie opinioni e ci dobbiamo ritrovare in situazioni come queste?”

E ancora (grazie Muller!)

Ormai siamo arrivati a una situazione davvero incestuosa: non è possibile che la linea redazionale dell’Ansa Cinema contribuisca a orientarla una persona che prima faceva il Festival di Roma, adesso è tornata a fare le Giornate degli autori e da sempre vorrebbe fare il direttore della Mostra di Venezia. Ancora: sapete meglio di me quanti collaboratori dei quotidiani scrivono sulla rivista della direttrice del Festival di Roma.”
promises write on the water vincent galloMereghetti, Detassis, Gosetti, Fofi, e ne possiamo aggiungere un altro po’ (cari lettori divertitevi a farlo nei commenti, se volete…), “l’Ancien regime” della critica cinematografica italiana che cerca di mantenere un ruolo di potere che ormai la rete, il download e la condivisione di film, informazioni e idee, sta per spazzare via definitivamente. Non c’è neppure bisogno di fare una “battaglia politica” contro questa gente, perché presto ci sarà una marea che li spazzerà via definitivamente… a meno che i Bersani, i Fassino, i D’Alema e i Veltroni non facciano l’accordo definitivo con la destra contro la libertà della rete, ma allora scoppierà una rivoluzione, oppure metteremo tutti i nostri siti sui server islandesi …
Purtroppo lo scenario politico italiano è deprimente, e per la cultura e la formazione straziante. E se anche un personaggio come Nicki Vendola si mette a fare la versione barese del Festival di Roma con Laudadio, capiamo che davvero non ci sta nessun politico a cui affidarsi. L’unica è la Rete. E quei pochi gioiosi resistenti (Venezia, Locarno, Fuori Orario, pezzi di Torino, forse anche Cult di Sky, ma attenzione alle crescenti tv digitali e alle web tv) che cercano ancora di far vedere che esiste anche un cinema di respiro, che “libera lo sguardo” invece di imprigionarlo, che ci permette di carpire la vitalità di alcuni cineasti e alcune cinematografie (che ormai superano i confini territoriali nazionali classici), e di godere di film magnifici e dirompenti, che urlano, sorridono, esplodono e ci penetrano del corpo, danzando e sparando al suono di una mitraglietta automatica. E quindi la sparatoria di The Town con l’amoremorte di Promises written on the water, (film che vorremmo vincesse il Leone d’Oro perché è l’unico modo, forse, per vederlo in sala!) l’urlo disperato di Joacquin Phoenix di I’m still here e quello materico di Vincent Gallo in Essential Killing; il western terapeuta di Meek’Cutoff e la macchina cinematografica del sorriso beffardo di Vallanzasca; la fuga dal mondo dei sogni di Somewhere  e il family plot di Sorelle mai di Bellocchio; in un Festival dove persino i film che hanno dei problemi evidenti (pensiamo a i nostri Celestini, Mazzacurati, Costanzo, ad es.) riescono a regalare dei piccoli meravigliosi momenti di grande cinema libero (!) e dove nella sezione Orizzonti si segnalano perle assolutamente da cogliere (al volo). E, ripetiamo, un Festival che dopo il Romero dello scorso anno ci dona questo Road to Nowhere, è una piccola miniera della cultura italiana del XXI secolo da proteggere e valorizzare, nonostante il Lido di Venezia sia il luogo meno adatto dove fare un Festival di Cinema. Ma intanto diffidate dei signori della casta, che hanno altri interessi da coltivare, e vedete e fate vedere questi film. In tutti i modi possibili… In attesa che chi produce i film si renda conto che bisogna diffondere i film nella rete permettendo il download “legale”, stile ITunes, perché questa sarà non la fine ma la salvezza e il futuro obbligato della diffusione del cinema.
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Sono presenti 8 commenti
  1. Quante fesserie si sparano qui cosi' facilmente. Caro Centini che ne sai tu del lavoro diFIttante? Sai che la Martini aveva preso una rivista a 70mial copia e l ha lasciata a20 mila? In un paese normale la cacciavano a pendate gia a 65mila... Certo se i tuoi fottuti luminari sono Crespi Fofi e Morreale allora si capisce le cazzate che scrivi... Labranca sarà pure patetico ma almeno ha un suo stile e Film Tv di Fittante è finalmente una rivista di cinema (condivisibile o no nei giudizi). Cosa c'entrano queste cose con l'articolo in questione e sulla "cricca" di cui parala giustamente Calabresi non si capisce. QUesto Centini è un virus cari selvaggi, attivate l'antivirus....necessita!

    Inviato da Gino S. il 30/09/2010
  2. Io ho comprato Film Tv con la gestione di Emanuela Martini e con la gestione di Fittante. Il lavoro della Maritni era piuttosto autorevole, c'erano luminari come Fofi, Crespi, Morreale e soprattutto il mitico Pier Maria Bocchi che era devastante! Mai una banalità, mai una ingenuità da adolescenti. Con la gestione Fittante c'è stato l'avvicendamento di molti critici i cui articoli io non riesco a leggere. Soprattutto Tommaso Labranca è veramente patetico. Film Tv è diventata una rivista veramente tremenda, illegibile, senza argomenti. Le cose sono semplici: perché la critica su internet non esiste? Perchè è un'illusione. Come diceva il grande Piero Ricca al grande Beppe Grillo, che sosteneva che con internet tutti diventano giornalisti, "questa è una balla, perché il giornalismo è una professione". Così è la critica. Non basta saper smanettare sulla rete per essere critici.

    Inviato da Michele Centini il 30/09/2010
  3. Ma perchè non lo si puo' dire chiaramente che da anni esiste un gruppo di sedicenti critici che ha di fatto monopolizzato la gestione dei festival italiani? E non mollano! Laudadio che gestisce la casa del cinema e il festival di bari (neo milionario), la Martini che prima di mollare Film Tv lo ha ridotto a pezzi per fare la direttrice ombra del Torino Film Festival, come hanno distrutto il festival di Alba? e Rimini? Ha ragione Chiacchiari, qui non c'entra la destra, ma la casta sembra tutta un'unica combriccola interessata solo a mantenere delle posizioni di privilegio, che occupano non per merito (come Muller (che lo sanno tutti che è il piu' bravo) ma solo per nauseabondi legami politici. Poi ci meravigliamo che tagliano i fondi, finche li gestisce questa gente, che altro possiamo sperare?

    Inviato da Luigi Calabrese il 13/09/2010
 

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