VENEZIA 67 – “Senritsu meikyu 3D (Shock Labyrinth 3D)”, di Takashi Shimizu (Fuori Concorso)
Yuki è una ragazza scomparsa dieci anni fa in un luna-park. Riappare misteriosamente per raccontare tutto, ma perde i sensi e risucchia con se tutti i suoi amici in un incubo senza labirintico e senza uscita. Teoria della terra vuota, attrazione della pazzia, circuiti esheriani che si annodano (come in Marebito del 2001): ancora una volta digitale "low tech” (anche se in 3D). Dimensione artigianale e d’atmosfera, perseguendo inevitabilmente l’essenza dell’horror. Come una sorta di Final "Destination" che non lascia scampo...
Ormai Takashi Shimizu è considerato a livello internazionale tra i giovani registi più interessanti del nuovo cinema giapponese, dello "splatter-gore" e dei fantasmi “yurei”. Tutto ha inizio con un ritorno. Dopo lungo tempo, Ken rivede la sua città natale e ritrova il suo vecchio amico, Motoki, che nel frattempo si è fidanzato con Rin, altra compagna d'infanzia. Un piacevole tuffo nel passato, sembrerebbe. Ma, improvvisamente, fa la sua apparizione un'altra vecchia amica, Yuki, scomparsa anni prima in circostanze misteriose, durante un giro in un luna-park. Ed ecco che gli amici si troveranno ad affrontare una serie di avvenimenti misteriosi, che li porteranno in un labirintico ospedale fantasma. Teoria della terra vuota, attrazione della pazzia, circuiti esheriani che si annodano (come in Marebito del 2001): ancora una volta digitale "low tech”. Shimizu, esprime i timori di una società che ha vissuto nella sicurezza più assoluta e che ora non ha difese di fronte alla tanto temuta, ma inevitabile globalizzazione. L'Occidente (non più oscuro straniero) è affascinato e perso in un gioco degli specchi nel quale ciascuno guarda e al tempo stesso è guardato dall'altro. Nel finto ospedale, che assume le sembianze di una vera e propria casa degli spiriti, con manichini che si animano come zombi, effetti speciali si susseguono, porte si aprono e chiudono con perfetti salti temporali e raccordi di montaggio ben studiati. C’è anche un gioco abbozzato sui punti di vista dei vari protagonisti in modo da far rivivere la stessa scena. Forse troppo studiata e troppo costruita questa opera di Shimizu, pur lavorando con una scenografia ben curata e convincente. Da sottolineare però come il regista, a differenza di altri suoi colleghi come Hideo Nakata o Norio Tsuruta, si muove ancora oggi in una dimensione più artigianale e d’atmosfera, quindi perseguendo inevitabilmente l’essenza dell’horror.
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