VENEZIA 67 – “Et in terra pax”, di Matteo Botrugno e Daniele Coluccini (Giornate degli autori)
Lo spazio della marginalità urbana è come un paesaggio univoco che unisce tutte le metropoli del mondo. Le accomuna con simili storie di violenza e solidarietà, istinti primitivi e lotta per la sopravvivenza, vita e morte. Il film di Botrugno/Coluccini parla proprio di questo: di come delle giovani vite possano crescere e interagire in un contesto che pare votato deterministicamente al concetto di violenza endemica
Siamo a Roma, nella periferia dei serpentoni di cemento, nelle strade labirintiche tutte uguali. Siamo a Roma, a Corviale, ma potremmo essere ovunque. Perché lo spazio della marginalità urbana è come un paesaggio univoco che unisce tutte le metropoli del mondo, le accomuna con simili storie di violenza e solidarietà, istinti primitivi e lotta per la sopravvivenza, vita e morte. Come se ai margini delle grandi città si diradassero, fino quasi a scomparire, molti dei principi di convivenza sociale che regolano il “centro” di una comunità. Ecco, il film di Botrugno/Coluccini parla proprio di questo: di come delle giovani vite possano crescere e interagire in un contesto che pare votato deterministicamente al concetto di violenza endemica. E allora incontriamo Marco, un giovane appena uscito dal carcere, che ha ormai perso ogni speranza nel futuro e proprio per questo non riesce in nessun modo a sottrarsi al suo destino di spacciatore; incontriamo Sonia, una ragazza che è fermamente convinta di riuscire ad evadere da quella “prigione” di cemento che è il suo quartiere, di uscirne attraverso lo studio e il lavoro; infine incontriamo tre moderni accattoni, tre ragazzi sbandati senza alcuna meta o prospettiva, che riducono il proprio tempo alla sola soddisfazione dei loro bisogni momentanei (droga e sesso). Queste storie parallele, queste schegge di umanità, troveranno in un tragico evento il loro punto di contatto e la loro dannazione. Un quadro spietato della periferia del duemila, chiaramente debitore della visione pasoliniana, sia a livello tematico (l’analisi di quello che un tempo veniva chiamato il “sottoproletariato”) che a livello estetico (l’utilizzo degli ampi campi lunghi sulle distese urbane accompagnati dalla solennità della musica classica, Vivaldi in questo caso). Il film si propone quindi di recuperare un cinema quasi estinto, delle tematiche urgenti e non più così “raccontate”, i maleodoranti umori della strada da controbattere alla cecità del cinema più istituzionale. E tutto ciò denota (viste anche le travagliate vicende produttive del film) un notevole coraggio nell’addentrarsi in territori così accidentati.
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