VENEZIA 67 – “Martha”, di Marcelino Islas Hernàndez (Settimana della critica)


La volontà del regista non è solo quella di raccontare una storia di vecchiaia, ma anche quella di porre lo spettatore nella condizione di analizzare se stesso e chiedersi se mai nella vita sia arrivato il momento in cui ci si interroga sul senso della propria esistenza, e soprattutto se c’è un motivo per portarla avanti

marthaCi troviamo nelle periferie di Città del Messico e Martha, settantacinquenne archivista di una compagnia assicurativa, dopo trent’anni di lavoro si vede rimpiazzata da un computer e una ragazza più giovane. Il licenziamento le provoca un tremendo trauma, visto che la sua vita, priva di alcun affetto familiare, veniva riempita solo dal lavoro e dall’accudire un’anziana vicina malata, che per giunta deve lasciare la città per andare a vivere con la figlia. Sopraffatta dal terribile senso di fallimento esistenziale Martha decide che non ci sia altro per cui vale la pena vivere e progetta di togliersi la vita. Ma non sa che la vita è piena di imprevisti e non soccombe facilmente.

Hernàndez ci racconta una storia di vecchiaia e solitudine, quella di una donna la quale viene portata dal destino avverso a ricercare la morte, trovando invece la vita. Il suo desiderio di suicidio, che può sembrare un atto pavido e senza logica, scaturisce da una disfatta che dalla protagonista viene avvertita come esistenziale e che spoglia la sua esistenza di ogni senso.Il regista in questo film bilancia bene umorismo e tragedia, lasciando che i momenti cupi vengano rischiarati da una goccia di ironia. Martha, opera prima del giovane regista messicano, stupisce fin dal primo istante volendo raccontare la storia di una ultrasettantenne le cui problematiche sembrano essere molto distanti dall’universo dell’autore ventiseienne, il quale dimostra di avere un approccio emotivo e al contempo rigoroso nei confronti del proprio oggetto di indagine, probabilmente perché, come lui stesso dice, questo è un film su sua madre e per sua madre.

La volontà del regista non è solo quella di raccontare una storia di vecchiaia, ma anche quella di porre lo spettatore nella condizione di analizzare se stesso e chiedersi se mai nella vita sia arrivato il momento in cui ci si interroga sul senso della propria esistenza, e soprattutto se c’è un motivo per portarla avanti. Martha, impaurita dal futuro che immagina essere fatto di giorni grigi e monotoni, senza alcuno scopo lavorativo o affettivo, si risponde di no. Tutto ciò che le resta di una vita che ormai non sente più sua sono le sue statuine di porcellana e una vecchia foto ingiallita che la ritrae con una ragazza, probabilmente un amore proibito e mai nato, ma non bastano a farla andare avanti.
Vuole prendersi gioco del destino chiamando a sé la morte prima del dovuto, ma è quest’ultima a beffarla costringendola ad andare avanti. Martha avrà imparato la lezione? Questo non si sa, ma lo si intuisce nel vedere la protagonista libera di vivere e vagare in un spazio urbano che appare meno chiuso e opprimente.
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