VENEZIA 67 – “The Tempest”, di Julie Taymor (Fuori Concorso – Film di chiusura)


Trasposizione dell’opera letteraria di Shakespeare al femminile, in cui è Prospera la protagonista.  Avremmo sperato però un labirinto dove perdersi. Come in una casa di specchi, ogni volta che intravedi una via d'uscita, essa si rivela essere dalla parte opposta a quella che avevi immaginato. Come in un miraggio o in un sogno, ogni volta che provi ad afferrare qualcosa, l'oggetto su cui credevi di aver messo le mani si dilegua. Finché capisci che ciò che conta non è l'uscita e che non c'è nulla da afferrare

the tempestTrasposizione dell’opera letteraria di Shakespeare. Il mago Prospero manovra spiriti, mostri, un re in lutto, un anziano e saggio consigliere, due fratelli furfanti e un mare in tempesta per orchestrare una congiura fantastica che porta l’esilio, la stregoneria e il naufragio nelle vite di due sventurati amanti, accelerandone e suggellandone il destino. Prospero assume qui l’aspetto femminile di una Prospera (interpretata da Helen Mirren), il che conferisce al suo percorso verso la vendetta e la scoperta di sé una risonanza del tutto nuova. Quando Prospera spezza il suo bastone fatato sullo sfondo di un drammatico paesaggio vulcanico, al termine della sua eroica avventura, questa struggente vicenda d’amore e perdono si trasforma in un racconto cinematografico che tende a parlare al nostro tempo. “Noi siamo fatti della stessa sostanza materiale di cui sono fatti i sogni, e la nostra breve vita è ruotante nel sonno”, è l’aforisma cruciale anche di questo naufragio e il cerchio di fuoco intorno al quale vira il mondo visivo della regista, che ci ha abituati ormai alla prorompente sperimentazione di impianto teatrale. Girata nell’isola Bardo delle Hawaii, l’opera di Julie Taymor era già stata rappresentata a teatro nel 1986 e costituisce la seconda prova in cui l’autrice si confronta con Shakespeare, dopo Titus del 1999. Non è la prima trasposizione al cinema de “La tempesta”, su tutte vanno ricordate almeno l’omonima di Derek Jarman del 1979 e Prospero’s Books di Peter Greenaway del 1991. Le versioni che l’hanno preceduta somigliavano entrambe ad un labirinto. Come in una casa di specchi, ogni volta che intravedi una via d'uscita, essa si rivela essere dalla parte opposta a quella che avevi immaginato. Come in un miraggio o in un sogno, ogni volta che provi ad afferrare qualcosa, l'oggetto su cui credevi di aver messo le mani si dilegua. Finché capisci che ciò che conta non è l'uscita e che non c'è nulla da afferrare. Stare ad ascoltare le domande che il testo ti pone e restarci dentro (restare dentro alle domande, al labirinto) è l'unica via, forse anche per il cinema. Invece la regista statunitense è fortemente legata ad una sequenza in particolare: proprio quando Prospera chiude in un cerchio, segnato sulla sabbia, i suoi nemici. Per magia questi ultimi non riescono a oltrepassare il limite imposto e restano bloccati senza possibilità di fuga. È il teatro che si ammorbidisce, smussa gli angoli delle sue pareti, fluttua tra effetti speciali, costruzioni apparentemente psichedeliche e panorami mozzafiato, movimenti di macchina repentini e a volte avvolgenti. Ma la massa corporea non perde peso fino in fondo, i voli e la mescolanza con gli elementi naturali sono spesso troppo calibrati e a volte congelati. La stasi serpeggia come scompenso visivo, il quadro della regista è costituito negli ultimi tempi da icone (vedi le musiche dei Beatles in Across the Universe o Frida del 2003) calligrafiche e  (bi)dimensionate, in cui l’intellettualismo figurativo surclassa la leggerezza dello sguardo, tanto agognata. 

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