VENEZIA 67 - “Barney’s version”, di Richard J. Lewis (Concorso)
Il giovane regista canadese Richard J. Lewis azzera tutta la complessità linguistica di Richler e si rifugia nel genere, tenta la carta della commedia malinconica e vince perché non cerca mai di “sovrapporsi” al suo personaggio inseguendo improbabili vezzi autoriali. Si mette totalmente al servizio di una storia così intimamente universale, utilizzando intelligentemente un cinema che la assecondi con la più ampia fruibilità nell’approccio
Barney è “imperfezione”: il personaggio creato dal genio di Moedecai Richler nel suo romanzo di culto La versione di Barney sprigiona una tale carica di umanità compressa, distillata nei più vari difetti e fallimenti che costellano il suo percorso di vita, con cui è impossibile non stabilire un fortissimo contatto emotivo. Barney è “confusione”: produttore di un mediocre show televisivo, ma con un passato da artista mancato, illusioni perdute e tre matrimoni falliti alle spalle, si trova ora a guardare in faccia la sua vecchiaia in solitudine. Barney è “incomprensione”: cronicamente incapace di comunicare i suoi sentimenti più profondi (tranne che di fronte al detonatore delle sue passioni, la terza amatissima moglie Miriam) viene addirittura sospettato dell’omicidio del suo migliore amico, un eterno bohemien che lo mette spesso di fronte alle sue responsabilità dall’alto della sua incoscienza. Insomma Barney diventa immediatamente uno specchio di pura umanità, attraverso cui può essere comodo o sgradevole guardarsi in faccia.
Ecco, è proprio questo il più grande merito di chi ha trasposto questa meravigliosa storia al cinema, lo sceneggiatore Michael Konyves e il giovane regista canadese Richard J. Lewis: l’essere riusciti, con le ovvie semplificazioni dettate dalla differenza di medium, a conservare tutta la carica umana di un personaggio che sbaglia, sbaglia e continua a sbagliare, ma continua imperterrito a cavalcare i propri istinti più veri. Lewis azzera tutta la complessità linguistica di Richler e si rifugia nel genere, tenta la carta della commedia malinconica e vince perché non cerca mai di sovrapporsi al suo personaggio inseguendo improbabili vezzi autoriali. Si mette totalmente al servizio di una storia così intimamente universale, utilizzando intelligentemente un cinema che la assecondi con la più ampia fruibilità nell’approccio. Gran merito di tutto ciò va anche a Paul Giamatti, di fatto un vero coautore del film, che con la sua mimica facciale trasuda costantemente emotività creando un’interfaccia sentimentale potentissima con noi spettatori che lo guardiamo. Lo guardiamo mentre si innamora follemente di Miriam al primo sguardo (in una scena girata meravigliosamente), oppure mentre piange e sorride nel contempo della surreale morte del padre Izzy (un travolgente Dustin Hoffman), o ancora mentre lentamente scivola nell’incoscienza di una malattia che erode solo la sua memoria, lasciando intatto nei suoi occhi tutto il peso del suo passato. Semplicemente, in punta di piedi, assistiamo al suo tortuoso vivere.
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