VENEZIA 67 - “Sheoeyin kenna (We Were Communists)", di Maher Abi Samra


Il documentarista Maher Abi Samra racconta in prima persona la propria vicenda privata, che si amplia a quella piccola cerchia di amici e compagni politici con i quali è cresciuto ed ha sostenuto la resistenza comunista libanese all'invasione israeliana

we were comunistNon si tratta del primo autore di questo festival che si cimenta nell'arduo compito di offrire un quadro della resistenza araba allo Stato di Israele. Primo fra tutti Julian Schnabel attraverso lo sguardo di Miral, scrittrice palestinese cresciuta in un orfanotrofio durante l'occupazione israeliana, personaggio ispirato alla vera storia della moglie del regista. Ma se in quel caso si è trattato in primo luogo di una dichiarazione d'amore di Schnabel nei confronti della propria compagna, con questo documentario ci troviamo, al contrario, di fronte ad un'ottica politica eppure altrettanto intima e personale, osservata dall'interno e verso l'interno senza ambire a coinvolgimenti emotivi dello spettatore.

Il documentarista Maher Abi Samra racconta infatti in prima persona la propria vicenda privata, che si amplia a quella piccola cerchia di amici e compagni politici con i quali è cresciuto ed ha sostenuto la resistenza comunista libanese all'invasione israeliana. Nessun tentativo di costuire un quadro completo della resistenza araba in generale, dunque, ma al contrario uno sguardo particolare su un piccolo universo politico dotato di forte autocoscienza e solidi ideali.
Dopo 15 anni di studi a Parigi, il ritorno a Beirut pone l'autore nella giusta distanza per raccontare la storia recente del proprio paese e della propria personale lotta, quella che vorrebbe vedere lo Stato Nazionale libanese combattere compatto contro l'invasore, mentre si trova a combattere contro le ottusità religiose dei propri connazionali, e contro la frammentazione di 4 milioni di persone in 18 comunità etiniche differenti e lontane.
Laicità ed uguaglianza le parole d'ordine di questo gruppo, in un ideale di Comunismo ridotto ai valori essenziali ed una concezione di resistenza non conservatrice, ma che implichi il cambiamento del paese, l'abbandono degli integralismi e dei soprusi. Un film coraggioso, stilisticamente scarno come l'argomento richiede, ricco di interviste ma non privo di coscienza poetica e, soprattutto, permeato delle contraddizioni di un paese in cui il conflitto esterno si è andato a sommare alle lotte interne, lacerando.
Le fughe ed i dubbi di un autore in bilico tra Francia e Libano, che si ritrova sovente a fuggire dal proprio paese, preferendo sentirsi diverso a Parigi “perchè ha la faccia da arabo” piuttosto che in patria, tra i propri fratelli.
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