VENEZIA 67 – “Cold Fish”, di Sono Sion (Orizzonti)

L’orrore è ben presente, nella forma usuale dei quintali di sangue e viscere che il gioviale e gaudente venditore di pesci tropicali Murata sparge per casa. Ma l’orrore vero è, ancor di più, quello della paternità: ciò che disturba non sono tanto le budella che inondano il pavimento, quanto il fatto che, per l’assai più timido e timorato negoziante Shamoto (a propria volta padre fallito), Murata arrivi ad essere un padre

cold fishDa anni ormai autore di culto, Sono Sion approda a una vetrina internazionale prestigiosa come quella veneziana senza aggiungere troppo rispetto al resto della sua opera – ma forse trovando il modo di raffinarla un po’.
Due venditori di pesci tropicali, due opposte visioni del mondo a confronto. L’occhialuto Shamoto è timido, timorato, taciturno, modesto, amante solo delle visite al planetario. Murata, più ricco e più anziano, innanzitutto ha un negozio molto più grande, e poi è gaudente, gioviale, chiassoso. La figlia di Shamoto, presso cui quest’ultimo ha un’autorità piuttosto trascurabile, “passa” dalla parte di Murata. Tra i due, comunque, nasce una certa amicizia. Se non che, ben presto, affiora il lato oscuro di Murata: la sua vitalità, sotto le apparenze bonarie, non guarda in faccia e nessuno, ed è pronta ad accumulare cadaveri e smembramenti di chi prova a sbarrargli la strada.
Certo, in Cold Fish, l’orrore è ben presente, nella forma usuale dei quintali di sangue e viscere che Murata sparge per casa, non lontano dalla ridente e spensierata efficienza del suo negozio. Ma l’orrore vero è, ancor di più, quello della paternità: ciò che disturba non sono tanto le budella che inondano il pavimento, quanto il fatto che, per Shamoto (a propria volta padre fallito), Murata arrivi ad essere un padre. È il tremendo assassino col sorriso perennemente stampato sul volto che insegna al suo sprovveduto “protetto” che la vita è dolore. Per questo Sono Sion indugia in particolar modo proprio su questo conturbante rapporto tra due uomini “fatti” – senza tirarsi indietro nemmeno quando c’è da star lì, con la macchina da presa, a fianco di Murata che letteralmente (e fisicamente!) spinge Shamoto a violentargli la ragazza per trasmettergli le asprezze della vita vissuta fino in fondo. L’orrore del film sta insomma nella funzione incontrovertibilmente educativa che il criminale Murata svolge nei confronti dell’ordinario Shamoto.
Tant’è che Shamoto andrà incontro a una vera e propria metamorfosi, troppo sorprendente per essere rivelata qui – meno sorprendente magari è il fatto che, venendo tirata in ballo l’assolutizzazione della logica paterna fino al suo sacrificio, Sono Sion indulge assai nella solita iconografia cristiana (croci, statue della madonna e tutto il resto).
Per l’essenziale, comunque, Sono Sion capisce quello che c’è da capire: e cioè che l’orrore sta proprio nell’assoluta normalità entro cui l’orrore stesso viene macinato. Non ha fretta di bruciare la sua discesa agli inferi, e anzi la “raziona”, gradino dopo gradino, con inarrestabile progressione, per quasi due ore e mezza. L’incedere zelantemente analitico con cui il racconto viene percorso tappa dopo tappa finisce per essere addirittura “pedagogico” – e dunque fa il paio con la funzione scandalosamente “educativa” che Murata si riserva. Colpirci con la violenza ad effetto gli interessa poco: sa che fa molto più effetto l’osservazione tranquilla (e anzi con toni non di rado ilari e leggeri) dello stringersi della morsa del Male intorno a Shamoto minuto dopo minuto. Ecco perché l’insistenza sulle indicazioni di data e ora degli eventi: essi si svolgono (se non proprio seguendo l’unità aristotelica di tempo-luogo-azione) assai compattamente. Uno scivolare all’inferno non solo lento e inarrestabile (e scanzonato), ma anche ordinario come vuotare i registratori di cassa a fine giornata.
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