VENEZIA 67 – “News From Nowhere”, di Paul Morrissey (Orizzonti)
Morrissey filma il deperimento dell’organico, come il vomito della puttana ‘santa’. Eppure sembra immaginare sempre un altro mondo, con la sua messa in scena piana e distante, sacrale come la musica che utilizza. Il suo cinema passa indenne attraverso l’inferno. Come il suo ‘martire’, che rinuncia ai desideri e alle passioni, contempla il mare e si muove indifferente
E’ il festival dei ritorni, questa Venezia 2010. Dopo Monte Hellman, ecco un altro grande ‘assente’, Paul Morrissey, che non dirigeva un film (di ‘fiction’) dal 1988, anno di Spike of Bensonhurst (mentre nel 2005, sempre a Venezia, aveva presentato il documentario Veruschka). Ventidue anni di attesa che però non sembrano aver trasformato le idee e le attrazioni fatali del golden boy della New York underground e warholiana degli anni ‘60/’70. E, infatti, News From Nowhere è un altro film di corpi/oggetti del desiderio. Un altro nowhere, come quello di Hellman, cinema di un altro pianeta, scomparso o mai nato. Morrissey trova il suo nuovo Joe D’Alessandro nel volto ‘speculum Christi’ di Demian Gabriel, che interpreta un clandestino senza nome e senza storia, approdato in un porticciolo della costa atlantica degli USA (si tratta di Montauk, New York, città del famigerato ‘mostro’, guarda caso). Viene dapprima accolto da un’ispanica ‘piazzista’ di immigrati clandestini, che prende a cuore le sorti del giovane, piuttosto indifferente rispetto al suo futuro. Poi, sempre accompagnato dalla donna, capita in uno sgangherato motel frequentato da surfisti e si fa assumere in prova. Ed ecco entrare in gioco tutta una serie di personaggi drogati, malati, viziosi, grotteschi eppur terribilmente normali. Tutti, in un modo o nell’altro, interessati alle ‘prestazioni’ del giovane argentino. Film di corpi/oggetti di desiderio. Ma anche di corpi, tutto sommato, poco desideranti. Perché Morrissey tiene fuori campo i fremiti e il sesso, per mostrare le pure e semplici dinamiche di una micro comunità al tempo eccentrica e paradigmatica. Come se il desiderio non fosse più un impulso ‘emotivo’ e passionale, ma una traiettoria (eterna) dello sguardo. Non più, quindi, un affare di stomaco, organi, sangue e saliva, ma di occhi, superfici, immagini. Il desiderio è lo sguardo che, fissandosi sul suo oggetto, esprime la pretesa di conquista e proprietà. Una proposta di compravendita. In ogni caso amorale, come diviene palese quando la stramba pittrice, incarnata dall’icona di Warhol, Viva Hoffman, confessa di non veder più bene, di aver un occhio praticamente svuotato e ricostruito. Il desiderio è una prospettiva falsata, é uno sguardo ‘mancante’ e distorto, che ragiona in termini di utilità, sfruttamento e dominio. Al passaggio del corpo rivelatore di Gabriel, l’America (profonda o superficiale è lo stesso) si scopre ancora come un mondo che genera e ingloba desideri malati, specchio immobile e sempre uguale di un inarrestabile disfacimento umano. Notizie dal nulla, cioè nessuna nuova. Ecco. Morrissey filma il deperimento dell’organico, come il vomito della puttana ‘santa’ (interpretata da Nicole Laliberte), fragile eppur spietata, nel modo in cui vende sua figlia e ciò che dovrebbe essergli di più caro. Eppure sembra immaginare sempre un altro mondo, con la sua messa in scena piana e distante, sacrale come la musica che utilizza. Il suo cinema passa indenne attraverso l’inferno. Come il suo ‘martire’, che rinuncia ai desideri e alle passioni, contempla il mare e si muove indifferente.
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