VENEZIA 67 - “K. 364 - A Journey by Train” di Douglas Gordon (Fuori Concorso)
Ancora una volta Douglas Gordon cerca di vestire i panni altrui, quelli di Avri Levitan e Roi Shiloach, musicisti di origine ebrea polacca, accompagnati durante un “viaggio a ritroso” verso la Polonia, per tenere un concerto
Videoartista, fotografo, scultore, Douglas Gordon ha davvero la stoffa dell'artista a 360 gradi.
Poliedrico, curioso, non solo non ha accantonato nessuna delle possibilità che l'universo artistico propone, ma si è saputo spingere anche al di là dei cancelli aurei dell'Arte con la “A” maiuscola, attraverso l'esperimento coraggioso Zidane, un portrait du XXI Siècle, esperienza sensoriale che permetteva allo spettatore di vestire in prima persona i panni, il sudore e le fatiche del calciatore franco-algerino.
Torna di nuovo all'arte, invece, per questo nuovo esperimento cinematografico, ma ancora una volta si cercano di vestire i panni altrui, quelli di Avri Levitan e Roi Shiloach, musicisti di origine ebrea polacca, accompagnati durante un “viaggio a ritroso” verso la Polonia, per tenere un concerto. Viaggio di ritorno, dunque, perchè quelle stesse strade furono percorse dai loro genitori, parenti e fratelli nel 1939, in fuga dal nazismo. Ecco allora che i paesaggi visti dal finestrino si velano di malinconia, gli alberi si immaginano coperti di neve e si riesce a sentire il freddo nelle ossa, pur sedendo al caldo della cuccetta del treno.
Ma questo film non è il racconto di un viaggio. Questo film, prima di tutto, “suona”. Suona la Sinfonia K. 364 di Mozart, attraverso le mani, gli sguardi ed i volti coinvolti ed emozionati dei due musicisti, durante il concerto a Varsavia.
L'autore del documentario riesce davvero ad interconnettere Musica e Cinema, e non sommandoli, ma elevandoli al quadrato, sfruttando l'emotività musicale dei primissimi piani e comparandoli attraverso un lunghissimo Split screen, in cui le sezioni dello schermo accordano note e gesti, armonie e movimenti, per poi suonare insieme.
Impegnativo, per gran parte del tempo A Journey by Train non concede alcuna attenzione alla fiction (o meglio, alle storie dei personaggi), ma vanta però il grande merito di restituire al documentario il proprio innegabile diritto alla poesia.
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