"No man’s land" di Tanis Tanovic

Situato provocatoriamente al limite, tra riso e orrore, il film di Tanovic rischia in più momenti di scivolare nel bozzettismo, mettendo a repentaglio il suo presupposto critico.

Più che teso a filmare la guerra, lo spiegamento di uomini e armi o il suo potere distruttivo, il regista bosniaco Tanis Tanovic sembra voler attuare una riflessione più generalizzata sul conflitto, partendo dal preciso assunto della sua totale assurdità. Dopo aver registrato, infatti, con uno sguardo e una lucidità quasi documentaristica, il crivellamento rapido e brutale dei corpi dei soldati, sottratti alla loro ‘classica’ dimensione eroica, il film si dispiega, con una lentezza insolita per il cinema di genere, lungo le traiettorie claustrofobiche di una trincea abbandonata. Ed è qui, in questo brandello di terra di nessuno, dove la guerra resta paradossalmente fuori campo e ogni connotazione spazio-temporale finisce per annullarsi, che si consuma la carica corrosiva di Tanovic. Serbi, bosniaci, mass media, soldati dell’Onu (“puffi”): il cineasta non risparmia nessuno. La disorganizzazione, l’incapacità decisionale (che si traduce o in inerzia o in goffaggine) e l’inconsapevolezza di ciascuno finiscono sotto una lente d’ingrandimento deformante che induce alla percezione del dolore e crea, per contrasto, il senso di realtà. Tuttavia è proprio tra queste antinomie e queste contrapposizioni che la pellicola di Tanovic trova la sua fragilità. Situato provocatoriamente al limite, tra riso e orrore, osservazione divertita e amara constatazione, “No man’s land” rischia, infatti, in più momenti di scivolare nel bozzettismo, mettendo a repentaglio il suo presupposto critico. Anche la tragedia ‘infinita’ (almeno tra le inquadrature...) dell’uomo costretto a restar saldamente attaccato alla terra (una metafora dello scontro nell’ex-Jugoslavia?) è un vettore comico irresistibile, soprattutto se consideriamo il fatto che la sua condizione va a sommarsi ad altre situazioni grottesche, come il gioco continuo dei rimandi ai superiori, ed è immersa all’interno di una vera e propria babele linguistica (il film è girato in quattro lingue). Irrazionalità, incomprensione, paradosso. Sul non-senso della guerra e delle cause che l’hanno scatenata, Tanovic innesta poi la tematica gilliana della follia, evidente anche dalle affermazioni dei personaggi (‘un paese di folli’, ‘una guerra di folli’). Ma mentre nel regista americano la follia è l’unico strumento in grado di denunciare le illusioni e i falsi valori della nostra civiltà, in Tanovic rischia di diventare, pur non volendo, il pericoloso presupposto etnocentrico per giustificare il conflitto stesso. Titolo originale: No man’s land
Regia: Danis Tanovic
Sceneggiatura: Danis Tanovic
Fotografia: Walter Vanden Ende
Montaggio: Francesca Calvelli
Musica: Danis Tanovic
Scenografia: Dusko Milavec
Costumi: Zvonka Makuc
Interpreti: Branko Djuric (Chiki), Rene Bitorajac (Nino), Filip Sovagovic (Cera), Simon Callow (Soft), Katrin Cartlidge (Jane), Alain Eloy, Sacha Kremer, Mustafa Nadarevic, Georges Siatidis, Boro Stjepanovic.
Produzione: Counihan Villiers Productions, Fabrica, Man's Films, Noé Productions, Studio Maj/Casasablanca
Distribuzione: 01 Distribuzione
Durata: 98’
Origine: Belgio/Bosnia-Erzegovina/Francia/Slovenia/Italia/Gran Bretagna, 2001
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