"Solo quando un attore mi sorprende capisco che ho fatto qualcosa di straordinario". Incontro con Mario Martone
In uscita il nuovo film di Mario Martone, L'odore del sangue, liberamente tratto dall'omonimo romanzo di Goffredo Parise. Tra la tragicità del destino e la responsabilità del libero arbitrio il regista napoletano si interroga sul potere della parola e dei gesti nei rapporti interpersonali.

Il disordine, l'ambiguità, il destino ed il senso di colpa. Forti le tematiche che Mario Martone racconta nel suo nuovo film L'odore del sangue uscito il 2 aprile in oltre 100 sale italiane.
Nei titoli si precisa che il film è liberamente tratto dall'omonimo romanzo di Goffredo Parise. Come si è posto rispetto il romanzo?
Il libro di Parise è apparso molti anni dopo essere stato scritto e dopo la morte dell'autore io l'ho letto nel 1997 e l'ho vissuto come una storia contemporanea. Parise racconta che per lui e' stato una specie di terapia, anche per me e' stato un po' così. Il film guarda moltissimo al libro, cerca di fare un corpo a corpo con il romanzo, non ne prende spunto. Io cerco di fare un corpo a corpo con il romanzo non solo di prenderne spunto.
Nella trasposizione cinematografica la vicenda è ambientata nei nostri giorni.
Non sentivo la necessità di realizzare un film in "costume", ambientato come il romanzo durante gli anni '70. La storia rimane comunque ambientata in una Roma plumbea che fa da sfondo alla vicenda. Nel film ho utilizzato anche alcuni articoli che Parise aveva scritto sulla violenza e sul disordine del mondo. Perché quel che sta accadendo intorno a noi non e' separato da quel che accade dentro di noi.
Soprattutto nella seconda parte della pellicola prevale l'ellissi nel racconto, a parlare sono infatti fondamentalmente le immagini. Che rapporto c'è tra la parola e il corpo?
Attraverso i molti dialoghi presenti nel libro sono riuscito a trovare una forma per il film. Credo che proprio"la parola" sia il vero scandalo del libro, così come uno dei suoi punti forti. Le parole che vengono utilizzate contribuiscono a dare forza ai personaggi, i quali parlano in maniera differente usando il linguaggio utopico proprio degli amanti che giocano a dirsi tutto. Nel libro si narra di una vicenda estrema dove però il lettore si identifica molto con i personaggi grazie al linguaggio utilizzato da Parise che riesce a rendere semplice anche le cose più oscure.
Nonostante la cupezza delle tematiche la fotografia risulta estremamente rassicurante, liberatoria.
Con i miei collaboratori ho cercato di creare una sorta di limpidezza, con immagini estremamente luminose, in cui la camera da presa si avvicina fino a farci vedere in diverse occasioni gli occhi degli attori.

Quello che sembra prevalere ne L'odore del sangue è il senso di colpa e non solo per gli amori sbagliati.
Credo che nel film la colpa si incroci tragicamente con il destino. Per certi versi si tratta di una tragedia greca. Il destino viene incarnato dal giovane amante di Silvia che piomba, senza essere mai visibile, nella sua vita. Non si può parlare sempre di senso di colpa senza fare i conti con il destino.
Gli attori hanno avuto delle difficoltà ad interiorizzare e rappresentare il linguaggio di Parise?
Ho cercato di spiegare agli attori meno cose possibili. Io lavoro con, insieme agli attori. Solo quando un attore mi sorprende capisco che ho fatto qualcosa di straordinario.
Il film potrebbe incappare in problemi di censura.
Spero proprio di no. Trovo che la censura sia una cosa che appartiene a un tempo, una pratica da far sparire una volta e per tutte. Comunque io ho fatto un film senza pensare alla censura. Mi auguro che almeno i 16enni possano vederlo e magari criticarlo, un divieto ai 18 anni sarebbe forte. A volte ci sono storie amorali che non sono censurate, L'odore del sangue è invece un film con un forte moralismo.
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