“Pandorum – L’universo parallelo”, di Christian Alvart

Pandorum è un film che scopre le proprie carte immediatamente, rendendo omaggio agli inarrivabili capostipiti (certo Alien, ma anche il Tarkovskij di Solaris e tanta serie B americana anni ’50) non tanto per pagar dazio a cotanto passato, quanto piuttosto per rivendicare lo scomodo ruolo di variazione su tema. Non c’è molto (niente?) di originale, ma onestamente lo si dichiara subito. Forse perché l’accento deve cadere su altro

pandorumE siamo di nuovo nello spazio profondo. Ci risvegliamo di nuovo da un lungo periodo di ipersonno. Ci incuneiamo di nuovo negli anfratti claustrofobici della nostra astronave, braccati da mostri creati più o meno dal nostro inconscio.
Ecco, da quando Ridley Scott nel lontano 1979 ha definitivamente fuso in un matrimonio felice il genere science fiction col genere horror (da cui è nato, appunto, il primogenito Alien) questo incipit è diventato come l’ABC obbligato per qualunque regista si avventuri in quei territori. Una sorta di luogo/cinema familiare ed irrinunciabile in cui lo spettatore si trova a suo agio, riallaccia fili mai spezzati, è già totalmente dentro il “meccanismo”. Da questo punto di vista Pandorum è un film che scopre le proprie carte immediatamente, rendendo omaggio agli inarrivabili capostipiti (certo Alien, ma anche il Tarkovskij di Solaris e tanta serie B americana anni ’50) non tanto per pagar dazio a cotanto passato, quanto piuttosto per rivendicare lo scomodo ruolo di variazione su tema. Non c’è molto (niente?) di originale, ma onestamente lo si dichiara subito. Forse perché l’accento deve cadere su altro.
Ecco che allora la storia del caporale Bower (Ben Foster) risvegliatosi dopo otto anni di ibernazione insieme al tenente Payton (un sempre più monolitico Dennis Quaid), intenti a scoprire il perché l’immensa astronave Elysium sia totalmente fuori controllo e infestata da misteriosi e sanguinari esseri che si nutrono di umani, si colora di interessanti venature che variano appena dal consueto. Ma che, in compenso, hanno molto a che fare con il nostro presente e con le nostre quotidiane crisi d’identità nella (neo)civiltà del 2.0. I personaggi hanno smarrito ogni coordinata spazio/temporale, vagano in anfratti e cunicoli bui che sembrano tutti uguali, si scontrano con mostri dalle evidenti caratteristiche antropomorfiche (sono persino agghindati come guerrieri medioevali) e hanno totalmente perso il senso di appartenenza al luogo natio (il pianeta Terra non esiste più, c’è solo questa nuova Arca di Noè allo sbaraglio).
Non è più tempo quindi di profonde quest filosofiche, l’unica preoccupazione per i personaggi rimane solo quella della mera sopravvivenza, senza origine e senza meta. Alla domanda di Bower «dove stiamo andando?», la bella superstite Nadia (Antje Traue) risponde seccamente: «noi siamo quelli che dobbiamo andare avanti». Ma verso cosa?
Pandorum quindi si inserisce perfettamente nel percorso appena tracciato da due (per motivi differenti) straordinari film di questa stagione cinematografica. Dalla smaterializzazione di ogni identità resa replicabile e intercambiabile in Moon di Duncan Jones, alla riconquista di una nuova identità per mezzo di un Avatar nel film omonimo di Cameron, la fantascienza è tornata prepotentemente a chiedersi «chi siamo?» e lo ha fatto nel qui ed ora del nostro presente. E pur rimanendo lontanissimo dalle vette cameroniane, il solido prodotto di genere firmato da Christian Alvart riesce comunque a creare un corto circuito perturbante che arriva a scuotere fertilmente (oltre che intrattenere) lo spettatore. Prima, ovviamente, di approdare a nuove nascite partenogeniche, nuovi spazi profondi, nuovi risvegli dal lungo ipersonno, nuove astronavi claustrofobiche, ecc…
 
Titolo originale: Pandorum
Regia: Christian Alvart
Interpreti: Ben Foster, Dennis Quaid, Antje Traue, Cam Gigandet, Cung Le
Distribuzione: Eagles Pictures
Durata: 108’
Origine: USA, Germania, 2009
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