"Karate Kid - La leggenda continua", di Harald Zwart
Il produttore Will Smith mette su il veicolo perfetto per trasformare in star il figlio Jaden, ma da anche la possibilità ad un autore sempre più interessante come Harald Zwart di effettuare il suo ennesimo viaggio nell'immaginario cinematografico. E' così che Jackie Chan è qui in quello che è sicuramente il suo ruolo migliore, e più bello, tra quelli interpretati ad Hollywood. Zwart opera uno slittamento in confronto al prototipo di John G Avildsen, per poi ri-toccarlo nel finale
Al posto dell'usuale collage degli stunt più buffi e spericolati eseguiti dall'attore sul set, questo film di Jackie Chan termina con una serie di istantanee dalla lavorazione della pellicola, in cui il protagonista assoluto è il produttore dell'opera, Will Smith, che campeggia praticamente in ogni foto, ora accompagnato dalla consorte Jada Pinkett (anch'essa produttrice del film di Zwart), ora silente osservatore del lavoro sul set del figlio Jaden e del resto della troupe. La predominante figura del potentissimo attore di Hollywood caratterizza l'operazione-Karate Kid come prevalentemente un veicolo per la fama e la notorietà del piccolo Jaden, che nel film bisogna ammettere ci dà dentro senza riserve, dimostrando una capacità atletica e un impegno attoriale assolutamente maiuscoli.
Eppure, a guardare meglio, con Karate Kid Will Smith da anche la possibilità ad un autore sempre più interessante come Harald Zwart di effettuare il suo ennesimo viaggio nell'immaginario cinematografico. Se il precedente La Pantera Rosa 2 era insomma un omaggio alla tradizione dello slapstick, e alla comicità 'classica' di matrice blakedwardsiana, con questo nuovo capitolo della saga dei Karate Kid, ambientato a Pechino, Zwart ritorna in quei territori di cinema asiatico che volendo lambiva anche Un corpo da reato con la sua struttura alla Rashomon.
Allora, questo suo ultimo film si caratterizza ben presto, con un inseguimento di ragazzini tra i vicoletti, i giardini e i balconi di Pechino, come un campionario di riferimenti al cinema d'arti marziali, che passa per una figura archetipicamente caratterizzata come quella dell'operaio in tuta e testa bassa Jackie Chan, e attraversa tutte le stazioni dell'addestramento 'mistico', con tanto di gita zen in montagna e scuola rivale votata alla peggiore crudeltà (con il frammento dedicato al concorso di violino della pretendente cinese del protagonista che pure è un coacervo di rimandi 'scoperti').
Zwart opera quindi uno slittamento in confronto al prototipo di John G Avildsen, che era un perfetto sport movie, nella direzione di un'opera che abbia un rispetto maggiore per la matrice orientale delle situazioni messe in scena: da questo punto di vista, il film regala a Jackie Chan quello che è sicuramente il suo ruolo migliore, e più bello, tra quelli interpretati ad Hollywood – e molte linee dei suoi dialoghi possono essere tranquillamente lette come un rifiuto da parte della leggenda del cinema hongkonghese di un'eccessiva "americanizzazione" della materia trattata (non tollera che Jaden faccia smorfie nell'eseguire le mosse di kung fu, e non conosce per niente le regole delle competizioni sportive legate alla "disciplina"...).
Il capolavoro del produttore-Smith è però ribaltare tutto ancora una volta nel finale, dove è addirittura Jackie ad accettare la prevedibile morale a stelle e strisce in cui “se cadi, devi imparare a rialzarti”, ed è soprattutto grazie a questa convinzione, e non agli insegnamenti di secoli di cultura orientale, che Jaden potrà trovare la sua rivalsa.
Ed ecco che alla fine, seppure con qualche piroetta in più, Zwart ri-tocca l'originale di Avildsen, creando ancora una volta una struttura circolare all'interno delle immagini del Cinema, che come abbiamo capito ormai è la cosa che gli interessa di più quando gira un film.
Titolo originale: Karate Kid
Regia: Harald Zwart
Interpreti: Jaden Smith, Jackie Chan, Taraji P. Henson, Wenwen Han, Rongguang Yu
Distribuzione: Sony
Durata: 140'
Origine: USA, 2010
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