“Adèle e l’enigma del Faraone”, di Luc Besson
Questo adattamento cinematografico della popolarissima (in Francia) serie di fumetti di Jacques Tardi spinge a guardare il cinema (e il mondo) con gli occhi e il corpo di un adolescente. Quando tutto è ancora così terribilmente fantastico e possibile, e allo stesso tempo minaccioso e orribile. E si puo’ giocare con i modellini/set come fosse una street view di Google per le strade di Parigi 1910
Forse bisogna essere degli alieni per poter apprezzare e godere del cinema di Luc Besson. Talmente fuori dalle righe emozional/visive del cinema europeo d’autore, e per nulla in sintonia con la velocità narrativa della hollywood post-serie Tv di oggi, quello di Besson sembra essere sempre una sorta di oggetto misterioso, inafferrabile, quasi incomprensibile. Non è animato da una ossessione autoriale “tout court”, che pure però è presente ma nascosta sempre di più nelle pieghe dei racconti, ma neppure dalla vocazione allo spettacolo ad ogni costo, che possa sacrificare la sua maniacale volontà di fare un cinema personale e divertente, fruibile eppure a suo modo malinconico. Questo adattamento cinematografico della popolarissima (in Francia) serie di fumetti di Jacques Tardi (e ci chiediamo perché non han lasciato inalterato il titolo “Le straordinarie avventure di Adèle Blanc-sec”), rivela fino in fondo il segreto del cinema di Luc Besson, quello che lo fa detestare quasi in todo dalla critica cinematografica, eppure amare da un pubblico internazionale con il quale sembra sempre avere un rapporto “speciale”. La risposta sembra darla lo stesso Tardi, interrogato sulla provenienza della dimensione fantastica di Adèle Balcn-Sec: “Da Fritz Lang, per l’aspetto fantasy, e da Julers Verne, per la capacità di “inventare cose dal nulla” che porta a una combinazione poetico-scientifica di situazioni mozzafiato e di storie dalle quali i lettori si lasciano trasportare tornando bambini”. Ecco la dimensione dell’Adèle bessoniana: guardare il cinema (e il mondo) con gli occhi e il corpo di un adolescente. Quando tutto è ancora così terribilmente fantastico e possibile, e allo stesso tempo minaccioso e orribile. E si puo’ giocare con i modellini/set come fosse una street view di Google per le strade di Parigi 1910, ed attenzione che anche l’anno non è uno qualunque (giusto un secolo fa, guarda un po’…). Siamo al mondo nuovo del XX secolo, che guarda ancora al futuro con speranza e curiosità (proprio come il dodicenne spettatore ideale del film), prima che le due guerre mondiali ricaccino la storia nell’incubo e nel terrore (quella dell’età adulta, dove si muore e si soffre). Niente Indiana Jones, dunque, anche se l’eroina sembra in parte ricalcarne le gesta al femminile, perché quello di Spielberg è già un racconto del Postmoderno, che ha metabolizzato culturalmente non solo le due guerre (tra le quali è ambientato alle origini) ma anche l’incubo nucleare (meravigliosamente rappresentato nell’ultimo episodio della serie), e gioca con i linguaggi e le commistioni dei generi della fine del XX secolo, forse le ultime grandi innovazioni stilistiche della cultura di massa prima dell’arrivo di Internet.
Besson no. Per quanto si sforzi di giocare, di creare un mondo leggero e buffo, con situazioni comiche “premoderne”, da cinema d’altri tempi (ma in questo forse più vicino a certi shortmovies che girano nel web, quelli da “risate a denti stretti”…), dietro questa facciata divertita più che divertente ci sta sempre un registro imperniato su un dolore profondo. E qui sta il contrasto, che rende “inaccettabile” il suo cinema. Perché alterna senza esclusione di colpi due registri completamente diversi, apparentemente lontanissimi, quello dell’umorismo freddo e sarcastico a una piccola epica del dolore privato, che diventa il motore di tutte le dissennate, fantastiche (e disperate) avventure della bella eroina francese. Ancora una volta è la Nostra Signora Morte la protagonista sotterranea (nel senso delle mummie sepolte..) che aleggia nel cinema del cineasta francese: lottare per abolire la morte, o solo allontanarla, per tener in vita ciò cui teniamo maggiormente. Che sia poi la scienza o la stregoneria o dei fantasmi dell’antico Egitto poco importa, quel che conta è lottare fino alla fine delle proprie forze. Ma il pessimismo di Besson è tragico, e in un film leggiadro e spensierato come Adèle, riesce a chiudere la storia sulla giovane scrittrice, finalmente serena che puo’ permettersi la sua vacanza ideale e risposante… indovinate su quale meraviglioso Transatlantico? E alla fine è sempre dal capolavoro di James Cameron che dobbiamo ripartire, per immaginare, di nuovo, il cinema.
Titolo originale: Les aventures extraordinaires d'Adéle Blanc
Regia: Luc Besson
Interpreti: Louise Bourgoin, Mathieu Amalric, Gilles Lellouche
Distribuzione: Medusa
Durata: 105'
Origine: Francia, 2010
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