“Last Night”, di Massy Tadjedin
Il film di apertura del festival evita qualunque tentativo di trattare l’eterno conflitto tra bisogno di stabilità e passione, tra l’attaccamento a quanto si è costruito nel passato e l’inquietudine che fa guardare altrove, oltre i binari sicuri e prevedibili di una oralità pedante che impedisce la percezione del vissuto intimo, del non detto, dell’inesprimibile, ed è incapace di rispecchiare la vitalità dell’ingovernabile materia che vorrebbe raccontare.

Scene da un (ordinario) matrimonio a Manhattan. Una crepa si apre nella rassicurante routine di una benestante coppia di giovani sposi quando lei (Keira Knightley) nota durante una festa la malcelata attrazione di lui (Sam Worthington) nei confronti di una collega (Eva Mendes), e il rientro a casa si traduce in un crescendo di insinuazioni, gelosie, richieste di chiarimenti e accuse: ingenui rimandi al doppio sogno kubrickiano in apertura, e verso il finale la camminata di Keira Knightley tra la folla come in Closer. Ma si tratta di allusioni che, più che irritare, fanno sorridere, tanto l’esordio alla regia della sceneggiatrice irano-americana Massy Tadjedin (autrice dello script di The Jacket) evita qualunque tentativo di trattare l’eterno conflitto tra bisogno di stabilità e passione, tra l’attaccamento a quanto si è costruito nel passato e l’inquietudine che fa guardare altrove, oltre i binari sicuri e prevedibili di una oralità pedante che impedisce la percezione del vissuto intimo, del non detto, dell’inesprimibile, ed è incapace di rispecchiare la vitalità dell’ingovernabile materia che vorrebbe raccontare. Last Night ci parla di una doppia fuga: quella del marito si materializza in un altro corpo, quella di lei è all’indietro, verso il fantasma di un amore mai interamente vissuto; ma entrambi sembrano interpretare uno schema già artificiosamente creato, e sentir sviscerare battuta dopo battuta lo stato di salute del matrimonio odierno fino all’essenziale, si fa per dire, interrogativo di fondo (è più grave tradire con il cuore o con il corpo?), è cosa che non interessa a nessuno. Se c’è un cinema cui il film della Tadjedin può essere avvicinato, è quello delle pallide incursioni newyorkesi di Edward Burns (I marciapiedi di New York e Purple Violets): stesso abbondare di lunghi, sfiancanti e solo occasionalmente indovinati dialoghi, stesso indugiare in uno scenario metropolitano fatto dei soliti loft, ristoranti, caffetterie e lindi viali che fa da sfondo a struggimenti alto borghesi. Qualche barlume inaspettato, in questo pas de quatre di tentazioni extraconiugali che si sviluppano nell’arco di una sola notte, si accende in presenza di un personaggio secondario, l’editore interpretato dall’ex lupo mannaro Griffin Dunne, beneficiario delle battute migliori del film. Per il resto, se Keira Knightley non va molto oltre un comprovato repertorio di sguardi e ammiccamenti, l’attore e regista Guillaume Canet, nel ruolo della sua vecchia fiamma, regala per buona parte del tempo un sorriso più ebete che simpatico e la splendida Eva Mendes è poco più di una fugace visione in sottoveste. Ma la vera sorpresa (negativa) è Sam Worthington: scorreva più vita sotto le sue palpebre chiuse di marine disabile, nell’immobilità della capsula che lo teneva in contatto col suo Avatar, che in tutto l’incerto vagabondare tra bugie, provocazioni, gelosie e silenzi cui lo costringono questi 90 (interminabili) minuti.
Regia: Massy Tadjedin
Interpreti: Keira Knightley, Sam Worthington, Eva Mendes, Guillaume Canet, Griffin Dunne
Distribuzione: Medusa
Durata: 92’
Origine: Usa/Francia, 2010
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