Sodoma & Pandora – “Piranha 3D”, di Alexandre Aja
Aja è anni luce lontano da Blu Profondo, che ormai più di una decade fa teorizzava già lo scontro tra carne e pixel e il rispettivo divorarsi, ma recupera un paio di belle intuizioni che erano già in un suo film piuttosto interessante, Riflessi di paura: quello che li facevano gli specchi, qui è compito del lago. Il Lake Victoria è infatti in maniera decisamente eloquente un portale, una fessura di passaggio tra le (due e le tre) dimensioni
A Gianna, con devozione
Il lungo balletto subacqueo di Kelly Brook e Riley Steele che sinuose s’attorcigliano fully naked offrendo alla tridimensionalità la propria statuarietà e le proprie curve conferma quello che avevamo imparato su Pandora: il 3D è innanzitutto un ritrovato erotico.
Non è un caso infatti se da subito la stereoscopia si sia indirizzata ai liquidi (il rammarico più grande di Von Sternberg era notoriamente quello di non riuscire a fingere l’acqua nei suoi film), da Aliens of the deep all’ultimo Sanctum (sempre James Cameron dietro). Il Lake Victoria è in maniera decisamente eloquente un portale, una fessura di passaggio tra le (due e le tre) dimensioni (la presenza di Christopher Lloyd e Elizabeth Shue di nuovo insieme nello stesso film non va sottovalutata): in più di una sequenza le procaci bellezze che ci si tuffano dentro hanno salva unicamente la porzione di corpo che galleggia fuori dall’acqua – il resto finisce divorato, maciullato dai piranha, che vengono dalla preistoria (cioè il film di Joe Dante del 1978, poi seguito da Piranha paura di Cameron dell’81). Smolecolato, se volessimo: entrando in acqua il corpo si smembra, si squarta, si strappa, si spezza. Assume una nuova dimensione. Quelli che ne finiscono a contatto ma poi vengono tirati fuori, i salvati, riportano comunque le membra consumate in più parti: il 3D sfianca (gli occhi e il corpo).
Aja è anni luce lontano da Blu Profondo, che ormai più di una decade fa teorizzava già lo scontro tra carne e pixel e il rispettivo divorarsi, ma recupera un paio di belle intuizioni che erano già in un suo film piuttosto interessante, Riflessi di paura: quello che li facevano gli specchi, qui è compito del lago. Chiamare a comparire Eli Roth e Ving Rhames la dice lunga sul tipo di filone a cui il regista ha la volontà di accodarsi, ma fortunatamente per lui e noi l’ambizione vola basso come il parasail di Gianna Michaels: Aja rispetta sino in fondo il breviario di regole dell’horror di craveniana memoria, e così gli unici che non ci hanno dato sotto con alcool e sesso per tutta la festa dello spring break, seppur giovani e innamorati, non riuscendo nemmanco a scambiarsi un casto bacio, finiscono per essere i soli a salvarsi.
Su tutti gli altri piomba il castigo divino (e cioè il castigo cinematografico) che ne fa sanguinolenta e insistita strage nel corso di un affollatissimo wet t-shirt contest su piattaforma galleggiante e scafi di contorno. D’altra parte il teenager Jake aveva solo voglia di divertirsi una mattinata invece di fare da babysitter ai fratellini, disubbidendo e mentendo alla madre. Ma lei, sceriffo per mestiere e per ruolo genitoriale, se lo va a riprendere e lo riporta sulla via della rettitudine morale legandolo al lazo e tirandoselo dietro con forza sulla sua barca, tendendo letteralmente la corda e il cordone.
I piranha sono i veri violentatori del film, il 3D il reale strumento della penetrazione carnale: quando capita loro sotto i denti il fallo mozzato del mio amico Ultraman (che pure avendo fatto Scream avrebbe dovuto aspettarselo), lo risputano disgustati.
Regia: Alexandre Aja
Interpreti: Elisabeth Shue, Christopher Lloyd, Richard Dreyfuss, Eli Roth, Dina Meyer, Jerry O'Connell
Durata: 88'
Origine: USA, 2010
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