"Tutti al mare", di Matteo Cerami
Ninetto Davoli non è più il Puck della situazione. Così come appare emblematico il ruolo di Nino, un Gigi Proietti che perde la memoria. Memoria, forse, di germi invisibili oggi trasformati in enormità – le condizioni di vita degli immigrati, i cliché in cui cadiamo compulsivamente, il privato pubblicamente sbracato che ci gira la testa e lo sguardo verso il tavolo (virtuale) del ristorante da cui qualcuno sta raccontando (ma a chi?) la propria intimità. Non possiamo più spiare dai buchi nel legno. E il film di Cerami si chiude proprio là dove si apriva quello di Citti
Corpi impietosamente esposti, luce naturale che non nasconde i difetti, corpi ridicolizzati riflessi di anime umane, imperfette. Il casotto non esiste più. Il genio di Sergio Citti non c’è più. L’idea, madornale nella sua semplicità, di girare un film quasi esclusivamente all’interno di quel luogo che una volta era la cabina da spiaggia condivisa (e che, a occhi contemporanei straniati, appare come lo spogliatoio di una palestra), di sovrapporre e svelare insieme intimità fisica e strane zone dell’interiorità, è un’idea che non torna. Matteo Cerami, al suo primo lungometraggio, non può che sorvolare quegli stessi luoghi (il “mare” di Roma), ricalcare il ritmo incalzante del Casotto, in cui personaggi e storie si avvicendavano e intrecciavano fuori e (soprattutto) dentro la cabina, comunque dentro i confini poco mobili di una spiaggia. Cerami non può che omaggiare – con un affetto e una stima che sembrano trapassare nell’onestà trasparente del suo film – le epifanie scolpite nella carne da Citti: cambi di scena che sono sogni materializzati all’improvviso, fatti di un linguaggio intelligibile, sospeso tra concreto e rappresentazione; gag di comico puramente fisico che sopravvivono, stoiche, a qualsiasi evoluzione linguistico-umoristica; scene attraversate da apparizioni folli, davvero folli (il cavallo e il suo inseguitore, squadre speciali armate fino ai denti) eppure tanto reali da sfumare nel luogo comune.
Se Casotto sembrava limitarsi a registrare (e sbeffeggiare, complice anche superTognazzi) una condizione, comune e condivisa – il pedaggio del sistema cattolico, la povertà, l’ipocrisia – che portava i protagonisti a cercare costantemente di fregarsi a vicenda, tutti per lo stesso scopo (la sopravvivenza, nel senso letterale), Tutti al mare si immerge in una realtà italiana più vecchia di trent’anni, per poi restituirne in superficie la condizione prototipica, quella che il regista stesso definisce “spiaggiata”. La sopravvivenza e la fame si sciolgono nell’acido della corruzione, e i corpi di sicurezza statale
che
fanno puntualmente visita a Maurizio (un Marco Giallini bravo e malinconico, che non sembra però raggiungere i livelli di Io, loro e Lara), proprietario dello stabilimento ristorante/versione contemporanea del casotto, lo sanno meglio di chiunque. Municipale, carabinieri e guardia di finanza minacciosi vendono la loro noncuranza per poco: un pranzo gratis. E il pesce (non) è fresco, ma regala al film uno dei momenti comici migliori, con lo sbarco di Alfredo, fornitore ufficiale del ristorante (Ninetto Davoli).
Davoli non è più il Puck della situazione, il maestro di cerimonie che apriva, chiudeva e sabotava la pellicola. Così come appare emblematico il ruolo di Nino, un Gigi Proietti che perde in continuazione la memoria. Memoria, forse, di germi invisibili oggi trasformati in enormità – le condizioni di vita degli immigrati (nuovi personaggi pasoliniani seduti a guardare le nuvole?), i cliché in cui cadiamo compulsivamente (come fa Nando, interpretato da Libero De Rienzo, che si ostina a innamorarsi di donne straniere interessate solo al matrimonio di cittadinanza; o la maternità gioiosamente inconsapevole delle due ragazze interpretate da Ambra Angiolini e Claudia Zanella), il privato pubblicamente sbracato che, come una morsa, ci gira la testa e lo sguardo verso il tavolo del ristorante (o il piccolo schermo) da cui qualcuno sta raccontando (ma a chi?) la propria intimità. Non possiamo più spiare dai buchi nel legno. E il film di Cerami, denso di pensieri evocati, si chiude là dove si apriva quello di Citti: su una sigaretta che il vento si ostina (ora con successo) a non voler farci accendere.
Regia: Matteo Cerami
Interpreti: Marco Giallini, Ilaria Occhini, Vincenzo Cerami, Anna Bonaiuto, Libero De Rienzo, Francesco Montanari, Ambra Angiolini, Claudia Zanella, Rodolfo Laganà, Ninetto Davoli, Ennio Fantastichini, Gigi Proietti
Distribuzione: 01 Distribution
Durata: 95'
Origine: Italia, 2011
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