"A sud di New York", di Elena Bonelli

Rispolverare un genere morto e sepolto come il musicarello poteva essere una trovata interessante. Qualche nota positiva, tante perplessità. Sicuramente però, c’è da dire, può raggiungere il pubblico per cui è stato pensato. Semplice, positivo, diretto in particolar modo a chi è giovane e ha un sogno nel cassetto

Rispolverare un genere morto e sepolto come il musicarello poteva essere una trovata interessante. Suddetto genere, nato intorno alla fine degli anni ’50, prevedeva il coinvolgimento di grandi star della musica contemporanea, magari intente a lanciare i loro ultimi successi discografici, una trama leggera e diretta principalmente ad un pubblico di giovani.
In effetti questo A sud di New York rispetta le regole; il protagonista, Luca Napolitano, è un cantante, amato dalle teenager, uscito dalla fucina di Amici di Maria De Filippi. La storia è scontata, priva di spunti, dritta verso un sospirato happy ending. Perché non è tanto importante cosa si racconta, ma come lo si racconta. E il messaggio è ben chiaro, non rinunciare mai ai propri sogni. Semplice, positivo, diretto in particolar modo a chi è giovane e ha un sogno nel cassetto.
Le perplessità nascono da più parti. Tanto per cominciare, sempre rimpinguando il discorso sul musicarello, all’epoca di massimo splendore del genere il panorama italiano offriva un assortimento di cantanti e cantautori lievemente differente. Adriano Celentano e Mina, solo per fare due nomi. E poi Domenico Modugno, Teddy Reno, Tony Dallara, Tony Renis, Bobby Solo, Little Tony. Per non andare a scomodare alcune pellicole made in Usa e tirare in ballo Elvis Presley. E per non menzionare il fatto che, la prima regia di un musicarello, appartiene al grande Lucio Fulci (I ragazzi del jukebox del 1959).
In quegli anni, quelli a cavallo fra i ’50 e ’60, la rivoluzione musicale era in pieno fervore. Nasceva il rock ‘n’ roll. Per gli adolescenti di allora la musica aveva una valenza tremendamente superiore. Era pura libertà, anticonformismo, joie de vivre, emancipazione. Per non parlare dello scandalo generazionale creato da quegli scalmanati giovanotti che si dimenavano sul palco, trasudavano sesso, cantando a squarciagola senza rispetto e pudore.
Ancor di più, il rock di quegli anni era integrazione sociale. Bianchi che intonano pezzi scritti e interpretati ancor prima da gente di colore. Un’onda d’urto irrefrenabile, contro il bigottismo, l’ottusità e il falso perbenismo.
 Anche soltanto partendo da questi presupposti, il confronto è azzardato.
Si capisce però come mai Elena Bonelli (qui alla prima regia) abbia optato per questa formula. Cantante di fama internazionale, si è esibita nei teatri più prestigiosi del mondo. Persino alla Carnegie Hall di New York. Comprensibile il tentativo di esprimersi attraverso un percorso musicale, oltre che cinefilo. È proprio la parte cinematografica che convince però di meno. Troppi cliché, dialoghi affatto credibili, battute poco riuscite, regia praticamente assente. Nonostante una prova discreta, se paragonata al resto, da parte del cast. A parte la necessità di far doppiare Luca Napolitano e mettere lo spettatore nella posizione di interrogarsi sul perché della sua presenza come attore nel film. Non bastava la colonna sonora, comunque gradevole?
Qualche nota positiva, tante perplessità. Sicuramente però, c’è da dire, può raggiungere il pubblico per cui è stato pensato.

 
Regia: Elena Bonelli
Interpreti: Luca Napolitano, Carmen Napolitano, Francesco Paolantoni, Franco Neri, Fioretta Mari, Elena Bonelli
Distribuzione: Show Service
Durata: 85’
Origine: Italia, 2011

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