"Scream 4", di Wes Craven
Wes Craven e Kevin Williamson realizzano un film “da vivere e non da guardare” in cui tuffare questi teenager 2.0, dando coscientemente meno peso all’orchestrazione visiva delle sequenze e puntando invece, in quanto sequel, su un perfetto balance tra innovazione e tradizione, valore dell'originale e necessità del rifacimento, confrontandosi con la nuova era del classico lanciata dalla trilogia di Scream e un diverso referente teorico: L'occhio che uccide di Michael Powell
"La tragedia di una generazione è sempre uno scherzo per quella successiva". Ed è sempre e soprattutto un altro possibile scary movie, ma per un pubblico adolescente sempre più edotto e cinico. Wes Craven e Kevin Williamson sono ben consapevoli che “le metacazzate postmoderne andavano bene nel ‘96” e che ora è tutta un’altra storia. E confezionano allora un film “da vivere e non da guardare” in cui tuffare questi teenager 2.0, piccoli cyborg con microcamere e schermi incorporati, dando coscientemente meno peso all’orchestrazione visiva delle sequenze e puntando invece, in quanto sequel, su un perfetto balance tra l’innovazione offerta da un nuovo contesto generazionale, con conseguente riflessione sulle ultime tecnologie, e la tradizione rappresentata dal predominio del plot sulla regia, con la scrittura cinefila di Williamson a sovrastare i potenziali virtuosismi di Craven, forse rimandati – se mai l’idea di una nuova trilogia prenderà davvero corpo – al secondo capitolo, necessariamente visionario come fu Scream 2.
Conscio di poter apparire demodé, il film gioca d’anticipo con quelli che potrebbero essere considerati i suoi limiti, affrontando il citazionismo nella sequenza d’apertura a scatola cinese e archiviando così la questione, libero di spostarsi sul terreno del confronto tra vecchio e nuovo, tra valore dell’originale e necessità del rifacimento, che appare il fulcro tematico dell’operazione.
Fin dal parallelismo generazionale con le esordienti di punta del cinema americano – la final girl Emma Roberts, la vivace Hayden Panettiere e l’avida press-agent Alison Brie – che reinterpretano alla lettera i caratteri delle protagoniste del primo episodio (dalla Sidney di Neve Campbell, alla Tatum di Rose McGowan e alla Gale Weathers di Courteney Cox), mentre il video-blogger Robbie aggiorna la figura del commesso di videoteca Randy, diegetica coscienza metafilmica dell’intera trilogia, all’era dei social network, Scream 4 cerca di battere se stesso, intuendo come il modello non sia più lo slasher movie da Psycho a Venerdì 13 (nessuno di questi è il film fondativo del genere, assicura Ghostface durante uno dei suoi indovinelli telefonici) ma la stessa trilogia craveniana, che a fine anni novanta aveva messo un punto a capo al genere horror da cui è stato difficile ripartire.
E proprio gli anni novanta diventano la nuova era del classico, lontana quanto basta perché i nuovi protagonisti le consacrino cinefili riti vintage all’interno di una dimensione liturgica che, nonostante tutto, l’horror ancora mantiene viva. Ma in Scream 4 si insinua potente l’idea che la visione collettiva, l’idea stessa di sala e cineclub siano ormai concetti svuotati di significato, sembianti sbiaditi e rivoltati nel profondo dai piccoli schermi moltiplicati, dalle applicazioni che sviluppano tatto e udito.
E allora per rinnovare lo slasher bisogna dargli una visione totalizzante, che non può più passare attraverso l’estetica del cinema ma per quella brutale del cinéma-verité, dello snuff movie, dell’esperienza voyeuristica – che diventa allora sì estetica – teorizzata già dal Powell de L' occhio che uccide, esplicito referente del nuovo Scream.
Per certi versi inevitabile corollario del Diary of the Dead romeriano, il nuovo capitolo della saga firmata da Williamson e Craven affronta col piglio sicuro della “vecchia scuola” questo giovane pubblico annoiato dalle immagini che lo attorniano, lanciandogli una nuova sfida. E la vince, reinventandosi ancora una volta, riuscendo a raccontare la nuova generazione con uno sguardo più critico e amaro, certo meno affettuoso di quello rivolto agli adolescenti del ’96. E ammonendola, come recita il titolo del brano composto da Marco Beltrami : Don’t Mess With The Original.
Regia: Wes Craven
Interpreti: Neve Campbell, Courtney Cox, David Arquette, Emma Roberts, Hayden Panettiere, Rory Culkin
Distribuzione: Moviemax
Durata: 103'
Origine: USA, 2011
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