“Goodbye Mama”, di Michelle Bonev
Simbologie d’accatto, sceneggiatura scombussolata, fotografia stucchevole, colonna sonora sbordante, recitazione da oratorio: il tutto per un lacrima–movie con pruriti proto–autoriali che narra (si fa per dire) la mielosa storiella di due sorelle che s’industriano a prelevare la loro nonna malata di Alzheimer dal succitato ospizio–gulag
Immaginatevi un ospizio bulgaro per location, però degno della “Divisione cancro” di Solženycin, dove persino i segnalibri imposti di degenti detenuti recano Stalin per icona.
E questo in un film che più anti-"comunista" non si può dove per opportunità agiografiche s’inquadrano in bella mostra due esorcistiche foto–ricordo sulla scrivania di un potente avverso al regime, una con lo stesso immortalato a fianco del neo–beato Wojtyla e l’altra a tu per tu nientemeno che con Berlusca premier. Sarà per questo che Goodbye Mama (turistico titolo del film in questione) si è meritato il premio “Action for Women” (istituito per l’occasione) all’ultimo festival di Venezia? L’incoronata regista esordiente, la bulgara Michelle Bonev, dell’impresa è pure produttrice, sceneggiatrice e attrice protagonista. Simbologie d’accatto, sceneggiatura scombussolata, fotografia stucchevole, colonna sonora sbordante, recitazione da oratorio: il tutto per un lacrima–movie con pruriti proto–autoriali che narra (si fa per dire) la mielosa storiella di due sorelle che s’industriano a prelevare la loro nonna malata di Alzheimer dal succitato ospizio–gulag, vicenda dilungata con l’assunto di sregolati flashback (i “cinque anni prima” non si coniugano mai con quelli successivi) lungo un arco di tempo che va dalla fine degli anni ’60 al 2005. La vegliarda è stata abbandonata dalla perfida mangiabambini Jana interpretata con sprezzo del ridicolo dalla Bonev, che recita il proprio personaggio da giovane esibendo una coda di cavallo e un lifting trash. Le due nipotine libertarie si battono dunque contro la madre snaturata (segnata da un sessantottino trauma che l’ha vista cacciata da casa e, morettianamente, dalla nazionale di pallavolo), capace d’infliggere, nel fatidico 1977, la tortura delle tabelline alla primogenita, in più rea di essere libertina e di ballare scalza a suon di sirtaki, di rimanere incinta (senza che il film ci sveli chi diavolo sia il padre della seconda figlia), di campare di rendita con le proprietà della congiunta rinchiusa e, soprattutto, di vestire in sintonia col proprio ideologico sentire, ovvero sempre e solo di rosso.
L’assunto è da barzelletta ad Arcore, il resto si commenta da solo, come il finale che vede la reietta veteromarxiana, una volta sconfitta in tribunale dalle figlie, finire sul marciapiede con tanto di rigorosa mise da battona (naturalmente color porpora). Sui tanti punti oscuri dell’operazione, uno svetta su tutti: come ha fatto Rai Cinema ad acquistare questo aborto per un milione di euro?
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