“Faccio un salto all’Avana”, di Dario Baldi
Si resta a guardare, puri e semplici spettatori, l’ineccepibile lavoro di Dario Baldi. Ma cerchiamo altrove, tra le righe, una vertigine sottile. Forse nella malinconia nascosta di Brignano, perfetto per la parte, ma ancora non del tutto consapevole della responsabilità enorme di un corpo comico, chiamato a rompere. O forse nello spaesamento che ci regala ogni volta Pannofino, cialtrone da manuale, che sembra ormai aver definitivamente ‘doppiato’ il cinema, dandogli un giro di distanza, corpo/voce che sentiamo ogni giorno onnipresente, ma mai davvero in campo
All’Avana niente di nuovo. Così come a Roma. O forse no, non lo so. Perché, in realtà, qui mancano sia l’Avana che Roma, ridotte a pretesti, luoghi immaginari ma non dell’immaginario. Faccio un salto all’Avana uno di questi pomeriggi, dopo il caffè al solito bar e la pizza al solito ristorante. Basta un corso di salsa o un giro in agenzia di viaggi e ho consumato la mia quotidiana e (non) necessaria dose di esotismo. Senza problemi per nessuno. Fedele Diotallevi è un uomo in crisi, schiavizzato dal suocero e dalla moglie, fragile e insicuro. Vive nel ricordo del fratello Vittorio, uno scapestrato che, sei anni prima ha deciso di farla finita, gettandosi in un lago. Ecco l’eco del Fu Mattia Pascal. Vittorio non è davvero morto: ha simulato il suicidio, per lasciar perdere le tracce e rifarsi una vita a Cuba, lasciando Fedele alle prese con i problemi della quotidianità e i terribili parenti acquisiti. Ma, molto casualmente, l’inganno viene scoperto. Fedele decide di correre all’Avana per recuperare e riportare a casa il fratel ‘prodigo’. Il dado è tratto. Nulla sarà più come prima. La storia è tutta qui, già scritta nella semplice opposizione di due caratteri, da cui nascono tutti i conflitti e tutte le situazioni immaginabili. Più che altro viene da chiedersi perché una storia del genere abbia richiesto il lavoro di cinque persone tra soggettisti e sceneggiatori (Fabrizio Di Modugno, Matteo Raffaelli, Fabio Genovesi, Massimiliano Orfei, Lorenzo De Marinis). Perché è evidente che non siamo di fronte a un meccanismo a orologeria, a un congegno comico puntuale e implacabile, che monta e cresce sui dettagli dei luoghi e dei personaggi. Ma all’ennesima declinazione dell’immortale commedia dell’arte con le sue maschere tipiche e regionali, i suoi stereotipi incrollabili, capaci di incastrarsi e alimentare il racconto all’infinito. Due fratelli, due moglie insopportabili, un suocero cerbero, una splendida ragazza e il gioco è fatto. Arlecchino scappa da Pantalone e vola all’Avana, incontra Pulcinella e si innamora di Colombia. Ecco, non abbiamo mai amato la parola impegno (che nasconde mostri), ma la domanda è d’obbligo. Perché ormai la commedia italiana, tranne in alcuni casi, ha rinunciato alla realtà e ha relegato al fuoricampo proibito l’unico orizzonte possibile lungo cui far muovere e raccontare personaggi vivi, di carne e sangue? Forse Nanni Moretti ha già risposto, affermando, disperato, l’impossibilità del cinema di ‘elegger papi’ e tracciare strade. Ma prima ancora che strade, chiediamo che il cinema ci racconti le nostre paure e i nostri desideri. Per questo ridiamo e piangiamo di fronte all’ennesima commedia americana, ancora capace di affondare le mani nella vita con tutta la cattiveria e l’amore necessari. Qui si resta a guardare, puri e semplici spettatori, l’ineccepibile lavoro di Dario Baldi. Ma cerchiamo altrove, tra le righe, una vertigine sottile. Forse nella malinconia nascosta di Brignano, perfetto per la parte, ma ancora non del tutto consapevole della responsabilità enorme di un corpo comico, chiamato a rompere. O forse nello spaesamento che ci regala ogni volta Pannofino, cialtrone da manuale, che sembra ormai aver definitivamente ‘doppiato’ il cinema, dandogli un giro di distanza, corpo/voce che sentiamo ogni giorno onnipresente, ma mai davvero in campo. Il suo star dentro l’inquadratura assomiglia sempre a uno sconfinamento che lascia increduli. E questo, forse basta. Almeno per un po’. Abbiamo fatto un salto al cinema e siamo tornati. Senza problemi. Regia: Dario Baldi
Interpreti: Enrico Brignano, Francesco Pannofino, Aurora Cossio, Paolo Minaccioni
Distribuzione: Medusa
Durata: 96’
Origine: Italia, 2011
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