"Source Code", di Duncan Jones
Secco come un B movie e semplicissimo nello sviluppo, nonostante le premesse da meccanica quantistica: Source Code è il passaggio verso nuovi mondi e nuove Storie, verso quell'eterno fuoricampo dove le ombre (il cinema) vivono e si muovono. E tra echi di Philip K. Dick e Ricomincio da capo fa capolino la meravigliosa poetica di Scala al Paradiso di Powell & Pressburger, dove la Morte si rifiuta e si lotta incessantemente per il diritto alla vita e all'amore. Fosse anche solo per la durata di un film
Dopo l’apprezzato esordio di Moon, non erano in pochi a pensare che, alle prese con una produzione mainstream, Duncan Jones potesse perdere quel tocco personale e vagamente retrò che aveva suscitato tanti plausi: e invece, spiazzando un po’ tutti quanti, il regista inglese dimostra ancora una volta di possedere un’idea di cinema forte e personale, in grado di riattualizzare i canoni classici della fantascienza d’antan, quella che va di moda denominare “per adulti”. Semplicissimo nello svolgimento nonostante le complicate premesse, Source Code nasce da un bagaglio culturale vasto ed eterogeneo che va dalla meccanica quantistica ai romanzi di Philip K. Dick, da Ricomincio da capo di Harold Ramis a (come sostengono alcuni) Inception di Nolan: il source code del titolo infatti è un programma sperimentale che permette di entrare (sotto forma di sogno) nel corpo di un individuo negli ultimi otto minuti precedenti la sua morte; nel film il compito del soldato Colter Stevens è quello di scoprire l’identità dell’attentatore che ha fatto saltare per aria il convoglio di un treno, nel tentativo di sventare un secondo attentato nucleare nel centro di Chicago. A Duncan Jones non interessano le logiche del blockbuster, né quelle del colpo di scena; rinchiude letteralmente l’azione in quella manciata di minuti e lavora con perizia sul tempo e lo spazio: il vagone (non-luogo hitchcockiano per eccellenza), la capsula, la sala operativa dell’aeronautica, permettendo così al suo film di librarsi in un altrove che non è soltanto quello del sogno (o delle infinite realtà parallele), ma è quello proprio del racconto cinematografico, anzi, del Cinema; un eterno fuoricampo dove i riflessi (le ombre) vivono e si muovono, pronti a partire per altrimondi che Source Code, secco e rapido come un B movie d’altri tempi, può solo suggerire, chiuso com’è nella prigione dei suoi spazi. Non è un caso quindi che il protagonista sia un soldato morente (non è uno spoiler, viene rivelato ben presto), in grado di tornare in vita solamente nella dimensione del sogno fornitagli dal source code, un soldato che si innamora della donna seduta davanti a lui in treno e che chiede solamente di poter continuare a vivere insieme a lei nell’universo alternativo che verrà a crearsi dal momento in cui riuscirà a evitare l’esplosione nella quale moriranno. Perchè nella realtà, quella concreta e vera, essi sono già morti, come scopriamo nei primi otto minuti di film: e allora, perché non pensare a Source Code come a una rilettura liberissima del capolavoro Scala al Paradiso? Ricordate? La vicenda del pilota David Niven caduto sul campo di battaglia che, grazie a un errore “burocratico”, non muore e si innamora follemente di Kim Hunter, lottando follemente contro il tribunale celeste pur di guadagnarsi il diritto a mantenere la propria vita terrena? Se per Powell & Pressburger la vita era un sogno in technicolor, per Duncan Jones non è più (purtroppo) tempo di credere alle favole: dopo sessant’anni le guerre ci sono ancora e gli uomini ne muoiono tutti i giorni. Per loro, le vittime, rimane solamente il sogno di poter continuare a esistere, fosse anche come dei riflessi in uno specchio. In quel sogno immateriale ma eterno che è il cinema.
Titolo originale: id.
Regia: Duncan Jones
Interpreti: Jake Gyllenhaal, Michelle Monaghan, Vera Farmiga, Jeffrey Wright
Distribuzione: 01 Distribution
Durata: 93'
Origine: USA/Francia, 2011
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