“Senza arte né parte”, di Giovanni Albanese


Albanese riesce a evitare le soluzioni più volgari o cabarettistiche, ma non ha l’entusiasmo per andare oltre gli angusti limiti narrativi, estetici e d’ispirazione che sembrano definire, nell’ambito della commedia, l’ultima ricetta del prodotto italiano medio. Come i suoi protagonisti, artefici di una di quelle ribellioni che non fanno male a nessuno, Senza arte né parte rinuncia a prendere posizione, e mette in scena una precarietà lavorativa e di affetti in cui risuonano gli echi familiari della cronaca, ma non l’autenticità di una realtà umana, sociale e culturale

Senza arte né parteSi esce dalla visione di Senza arte né parte con addosso una sensazione ambigua eppure familiare: quella di aver assistito a un altro spettacolo mediamente gradevole che esibisce un tema sociale, o tenta di offrire uno spaccato dell’Italia di oggi, ma annacqua in fretta lo spunto iniziale in una sorta di leggerezza programmatica, in cui ogni ambizione satirica cede all’umorismo consolatorio, alla risata indolore, alla farsa innocua e autocompiaciuta. A opere come C’è chi dice no o Nessuno mi può giudicare, per citare solo gli esempi più recenti, manca la voglia di un confronto autentico con il reale, quel minimo di rabbia e di sana cattiveria per osare uno sguardo più lucido e meno conciliante sugli eventi. È ciò che manca anche al film di Giovanni Albanese, scritto con Fabio Bonifacci (C’è chi dice no, Diverso da chi?, Si può fare, Amore, bugie e calcetto), che spreca le potenzialità di un’ottima idea di partenza – il cortocircuito tra due mondi lontanissimi tra loro, la realtà operaia di un pastificio pugliese e l’ambiente internazionale ed elitario dei collezionisti d’arte contemporanea – per elaborare l’ennesima variazione sul tema dell’italica arte di arrangiarsi, aggiornata ricorrendo a quel confronto/contrasto tra dialetti e culture che ha contribuito al successo di Benvenuti al Sud e Che bella giornata. Ma se nel caso di Bisio e Zalone la comicità, certo assai meno graffiante di quanto si voleva pretendere, si giocava se non altro sul terreno del divario socio-linguistico tra Nord e Sud, nel film di Albanese la copresenza del napoletano Salemme, del friulano Battiston e dell’indiano Hassani Shapi non ha neanche una vera giustificazione narrativa, e l’impressione è che la scelta dei protagonisti sarebbe potuta cadere indifferentemente in qualsiasi ambito geografico producendo il medesimo risultato. L’interazione culturale tra i tre protagonisti (e tra questi e l’ambiente del collezionismo con cui entrano in contatto), così come la loro ribellione di operai licenziati che si improvvisano falsari di opere d’arte, sono meramente funzionali a una storiellina esile, che vive di qualche buono spunto (come la parte dedicata al reperimento dei materiali e alla “creazione” delle opere) ma più che altro di trovate scontate, caricature maldestre, smorfie e faccette buffe. Albanese riesce a evitare le soluzioni più volgari o cabarettistiche, ma non ha l’entusiasmo per andare oltre gli angusti limiti narrativi, estetici e d’ispirazione che sembrano definire, nell’ambito della commedia, l’ultima ricetta del prodotto italiano medio; non c’è un’idea di cinema che permetta almeno di regalare autentico spessore umano ai personaggi (ciò che avviene per esempio col Solfrizzi di Se sei così, ti dico sì) o di tentare uno stile, un minimo di riflessione estetica, come nel felice esordio di Paola Randi, Into Paradiso. Come i suoi protagonisti, artefici di una di quelle ribellioni che non fanno male a nessuno, Senza arte né parte rinuncia a prendere posizione, e mette in scena una precarietà lavorativa e di affetti in cui risuonano gli echi familiari della cronaca, ma non l’autenticità di una realtà umana, sociale e culturale.
 
 
 
Regia: Giovanni Albanese
Interpreti: Vincenzo Salemme, Giuseppe Battiston, Donatella Finocchiaro, Hassani Shapi, Giulio Beranek
Distribuzione: 01 Distribution
Durata: 90’
Origine: Italia, 2011

 
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