"Nauta", di Guido Pappadà
L’impianto filosofico e la spinta panteista verso la riscoperta dell’uomo nella natura devono essere tematiche molto sentite dal regista, ma il tutto appare poggiato su una sceneggiatura fragilissima e costellata da meccanismi di causa/effetto francamente troppo ingenui. E allora Pappadà si affida immediatamente alla sua ottima perizia tecnica che rende lodevole il progetto Nauta soprattutto dal punto di vista produttivo
Desta sempre una certa curiosità, se non altro qui in Italia, il passaggio dietro la macchina da presa di un “tecnico” puro. Forse perché sin troppo abituati ad avere a che fare con sceneggiatori o attori che fanno il grande salto, capita raramente di parlare in questi termini di direttori della fotografia o responsabili degli effetti speciali. Guido Pappadà è appunto stato per anni un attivissimo e apprezzato effettista per parecchie produzioni nazionali, ed è ora al suo debutto da regista con questo strano film dal nome Nauta: storia di un professore universitario di antropologia (il bravo David Coco) animato da una forte e radicata fede nella filosofia taoista e in continua ricerca dell’armonia tra l’uomo e la natura, ma anche in forte sofferenza dopo l’abbandono della moglie. Quando un suo bislacco amico d’infanzia lo chiama da una lontana isola tunisina per avvertirlo di un misterioso fenomeno accaduto nei mari del posto, Bruno capisce che forse si tratta dell’evento che stava aspettando da una vita: un nuovo scopo per vivere. Forma un piccolo equipaggio e parte per un viaggio verso il “cambiamento” che travolgerà tutti i componenti della problematica compagnia. Ora, è palese che qui ci troviamo nell’ambito del più tradizionale percorso di formazione e autoconoscenza – scandito in varie tappe - imbastito da migliaia di film d’avventura: naturale pertanto aspettarsi un qualcosa che sconquassi le carte in tavola, che deragli dal classico canovaccio già ampiamente testato. In Nauta, quindi, ciò avviene? Certamente l’impianto filosofico e la spinta panteista verso la riscoperta dell’uomo nella natura (curiosamente in concomitanza con le accese discussioni malickiane) devono essere tematiche molto sentite dal regista, ma il tutto appare poggiato su una sceneggiatura fragilissima e costellata da meccanismi di causa/effetto un po' troppo ingenui. E allora Pappadà si affida immediatamente alla sua ottima perizia tecnica: fotografia con colori molto saturi, inquadrature ariose che catturano la barca immersa nell’azzurro del Mediterraneo ed effetti speciali mai invadenti, che denotano un’ambizione al di là della media nell’attuale panorama italiano. Forse potremmo spingerci a dire che Nauta è un film da lodare soprattutto dal punto di vista produttivo: si sente ormai da tempo il sano bisogno di film che facciano tornare in auge i generi e che escano dalle ormai troppo strombazzate “due camere e cucina” del cinema italiano medio. Ed in Nauta è appunto l’avventura (ironica e a tratti anche divertente) del “mare aperto” a farla da padrone, con i cinque protagonisti che la accettano e cambiano attraverso di essa. Dispiace constare però che chi da un lato ha il coraggio di allargare lo sguardo in questo modo, pecchi dall’altro di una quasi totale mancanza di sperimentazione sul linguaggio filmico che appare francamente troppo datato e quasi mai capace di trasportare lo spettatore nel vortice di emozioni che vorrebbe evocare. Insomma, se in Nauta i motivi di interesse ci sono ed è giusto sottolinearli con forza, è lecito anche non accontentarsi e spronare il cinema italiano a puntare più in alto…
Regia: Guido Pappadà
Interpreti: David Coco, Luca Ward, Elena Di Cioccio, Massimo Andrei, Paolo Mazzarelli, Giovanni Esposito, Riccardo Zinna, Vincenzo Merolla, Monica Ward
Distribuzione: Iris Film
Durata: 84'
Origine: Italia, 2011
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