“Bronson”, di Nicolas Winding Refn


A Refn non basta comprimere il corpo del suo protagonista, quasi fosse un gas sottopressione. Lo teatralizza, proiettando la realtà furiosa della sua carne nello spazio 'astratto', o meglio 'ideale' della rappresentazione. Duplice discorso, dunque: la violenza del singolo contro la violenza istituzionale, ma anche la violenza come arte, istinto che cerca la via dell'espressione e della sublimazione. Due discorsi, in ogni caso, dichiaratamente cerebrali

Bronson, Nicolas Winding RefnSiamo noi ad avere problemi con Nicolas Winding Refn o, in fondo, tutto questo clamore intorno al fenomeno danese è quantomeno esagerato? Domanda che ci assilla (si fa per dire) da un po' di tempo, a maggior ragione dopo il premio alla regia ottenuto a Cannes per Drive. Ed ecco ora, dopo due anni di attesa, arrivare nelle sale italiane questo Bronson, film già cult tra critici e appassionati. Ma ogni nuova visione non fa che confermare i dubbi iniziali. No, Nicolas Winding Refn proprio non convince! Perché, effettivamente, in ogni suo film sembra smarrito, sospeso sul crinale di una scelta fondamentale: scendere fino al fondo dell'inferno quotidiano che racconta o rimanere a distanza, per tracciare le sue belle linee geometriche, tessere le sue comode trame e lavorare, in maniera straniante, sul colore e il sonoro. Probabilmente, Drive è il punto di non ritorno di questa sostanziale contraddizione del cinema di Refn, per come l'immaginario americano di genere viene sfiorato e poi macellato, per come i personaggi sono accarezzati da una tenerezza di sguardo autentica e poi abbandonati alle derive estetizzanti e indifferenti dell'immagine. Ma il centro nevralgico di questo dualismo esiziale è proprio Bronson. La storia è quella, reale, di Michael Peterson, alias Charles Bronson, il detenuto più pericoloso d'Inghilterra, un folle energumeno costretto a passare gran parte delle sua esistenza in prigione e in isolamento, per colpa dei suoi sconsiderati scatti di violenza. Refn si affida al corpo del suo protagonista, Tom Hardy, per farne un concentrato di forza e fragilità, di rabbia e insicurezza, spavalderia e goffaggine, estro e incoscienza. E lo mantiene concentrato (appunto), bloccato negli spazi asfissianti del carcere o nella simmetria asettica e agghiacciante di un manicomio (ma Carpenter non ci ha mostrato definitivamente cos'è l'inquadratura manicomio?). Ma a Refn non basta comprimere il corpo del suo protagonista, quasi fosse un gas sottopressione. Lo teatralizza, proiettando la realtà furiosa della sua carne nello spazio 'astratto', o meglio 'ideale' della rappresentazione. Duplice discorso, dunque: la violenza del singolo contro la violenza istituzionale (e qui c'è tutto un apparato iconografico che sembra rimandare ad Arancia Meccanica), ma anche la violenza come arte, istinto che cerca la via dell'espressione e della sublimazione. Due discorsi, in ogni caso, dichiaratamente cerebrali: e tanto basterebbe già a non farceli amare. Ma la verità è che, di fronte all'ennesimo pestaggio al ralenti accompagnato da musica classica, ci girano davvero. Perché questi ralenti, questo estenuante gioco sui colori, le luci, i corpi, gli spazi, i suoni è un gioco con la sostanza stessa del cinema. Bronson promette a ogni istante una carica di tensione esplosiva, ma lascia solo immaginare la fisicità rabbiosa dei corpi, appena intravedere i percorsi tragici e catartici della violenza, per rimanere, invece, letteralmente congelato nell'immobilità di una forma ipercontrollata. Ogni sublimazione vuole la sua "lunga" strada, ogni estasi richiede un'ascesi, un travaglio. Eppure qui tutto è già dato, ogni problema, estetico o morale, già perfettamente digerito. Tutto ciò che sta in mezzo, il travaglio, è taciuto. O forse, non c'è mai stato.

Titolo originale: id.
Regia: Nicolas Winding Refn
Interpreti: Tom Hardy, Kelly Adams, Katy Barker
Distribuzione: One Movie
Durata: 92'
Origine: GB, 2008



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